Varese: Lo sgombero del campo nomadi non è una soluzione

26 luglio 2010 – “La soluzione dello sfratto non può di per sé migliorare la possibilità e capacità d’inserimento nel tessuto sociale” dicono alcune associazioni gallaretesi (Varese) tra cui le Acli provinciali, rendendosi disponibili con l’amministrazione comunale a favorire la mediazione con le famiglie del campo Sinti cittadino.”Nel campo, spiegano i firmatari (Acli, Agesci, Associazione San Vincenzo, Caritas cittadina e Sicet, con l’apporto e la Comunità dei padri somaschi di Milano) del documento recapitato alle autorità il 20 luglio 2010, vivono “un centinaio di persone, di cui circa cinquanta minori in età scolare e regolarmente frequentanti le scuole del territorio. Le persone presenti al campo sono residenti sul territorio di Gallarate da più decenni”.  

“Le nostre associazioni – spiegano i promotori – hanno avuto più volte occasione di incontrare e in alcuni casi di aiutare alcune famiglie e persone del campo Sinti di via Lazzaretto. Anche in occasione delle situazioni più recenti, da quando lo scorso autunno l’amministrazione comunale ha determinato di non rinnovare l’autorizzazione all’utilizzo dell’attuale area attrezzata, alcune famiglie del campo ci hanno contattato chiedendo un nostro interessamento”.  “Appare a tutti evidente – scrivono le associazioni – come la situazione e le condizioni del campo non siano probabilmente l’ottimale e come ci siano problemi legati alla precarietà, irregolarità lavorativa o assenza di lavoro e, in alcuni casi, al far fronte agli impegni economici per le forniture e i canoni e alla frequenza scolastica dei minori. Mentre non risultano particolari incomprensioni di vicinato e di quartiere”.  “La soluzione dello sfratto non può di per sé migliorare la possibilità e capacità di inserimento e integrazione sociale delle famiglie del campo – si legge nel documento – Anzi: il ricorso agli sgomberi si è già dimostrato in altri contesti una scelta negativa sia per gli aspetto economici dei costi per la collettività, sia per i risultati di inserimento e sicurezza. Con il rischio oltretutto di riproporre in altre zone, senza controllo, lo spostamento delle medesime realtà”. “Crediamo – scrivono ancora le associazioni – che nella situazione specifica del campo Sinti di Gallarate ci sarebbero gli spazi e la necessità di affrontare il problema in un’ottica di miglioramento sociale e di integrazione (che non vuol dire però rinuncia alla propria identità), mentre si fatica a comprendere a quale ipotesi di soluzione possa contribuire la logica dello “sfratto”. Negare o spostare un problema non sembra sufficiente a risolverlo davvero”.  Le associazioni ritengo inoltre che la via degli sgomberi sia nociva su almeno tre fronti: da un punto di vista legale: “spostarli è renderli ancora più precari e quindi più avvicinabili dalla malavita, più bisognosi e quindi più facilmente inclini a delinquere”; sociale “lo spostamento porterebbe all’interruzione tutto ciò che c’è in essere di positivo. Tutto ciò che c’è di positivo nella storia dei legami con il territorio verrebbe riportata all’anno zero, con un quoziente aggiuntivo di sfiducia e sentimenti negativi”; economico: “l’esperienza insegna che lo sgombero costa più di un progetto di integrazione”.  “Lo sgombero infatti – spiegano le associazioni – non finisce con l’allontanamento ma richiede: l ‘obbligatorio collocamento per madre e fanciulli presso le comunità, piuttosto che altri sgomberi presso i luoghi successivi in cui il gruppo nomade andrà a collocarsi. I progetti di integrazione beneficiano di risorse a livello nazionale ed europeo e quindi spesso pesano anche poco sulle risorse territoriali dell’ente locale, a differenza degli sgomberi che gravano totalmente sulla cassa del Comune”.  “Le nostre associazioni – proseguono i promotori – nei mesi scorsi si sono proposte all’Amministrazione Comunale come possibile elemento di facilitazione al dialogo tra le parti, per la ricerca di soluzioni percorribili, condivise e possibilmente in grado di mediare e raggiungere le esigenze delle diverse parti. Per provare in positivo a pensare ed attuare un percorso di migliore integrazione che, ripartendo dal reciproco rispetto della dignità e degli impegni, possa determinare una crescita di responsabilità da parte delle singole famiglie del campo e di opportunità di miglioramento delle condizioni di regolarità lavorative e scolastiche”.  “Il campo, con la sua collocazione molto isolata – si legge ancora nel testo – non rappresenta una soluzione ottimale, né per chi vi risiede, né per il controllo e l’integrazione sociale, né per la sicurezza. Ciò non ostante il luogo e la sistemazione sono accettate dalle famiglie. Potrebbe essere opportuna una “sospensione” delle iniziative di sgombero intraprese dalla Amministrazione Comunale, avviando nel contempo un percorso in grado di individuare miglioramenti e alternative”.  “Nello specifico le associazionI – conclude il documento – anche grazie alle diverse competenze in singoli ambiti d’intervento, propongono progetti d’integrazione relativi all’accompagnamento e maturazione per il rispetto dei doveri sociali ed economici da parte delle famiglie; al sostegno del conseguimento di risultati scolastici e di formazione professionale; al superamento delle barriere di conoscenza con la comunità cittadina; alla ricerca di eventuali soluzioni abitative alternative condivise e sostenibili”.

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Fonte UNHCR
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