VI Domenica di Pasqua

Domenica 6 maggio 2018 – Anno B

Parola del giorno: At 10, 25-27. 34-35. 44-48; Sal 97; 1 Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

 

 

 

 

COMMENTO AL VANGELO: ‘’Rimanete in me’’

a cura di don Cristiano Re, accompagnatore spirituale ACLI Bergamo

Continuiamo a restare nelle parole importanti della consegna ultima; di ciò che è veramente importante; di ciò che vale e conta di più; di ciò che resta …

Forse quando Gesù ha detto queste parole aveva ancora le mani umide dell’acqua del catino.

Si era spogliato delle sue vesti; del resto sappiamo tutti bene che non si può amare se non rinunciando a quanto potrebbe essere qualcosa da custodire magari anche in maniera gelosa,  e aveva cominciato a lavare i piedi dei suoi amici.

Le sue mani avevano accolto e ospitato tutto quanto l’acqua di quel catino aveva lavato, se è vero che Dio conta anche i passi del mio vagare e nel suo libro raccoglie persino le mie lacrime come dice splendidamente il salmo 55.

E mentre lo faceva, sapeva bene che i piedi dei più non si sarebbero lasciati trattenere da quel suo modo d’amare.

Quelli di qualcuno gli si sarebbero addirittura alzati contro.

I piedi dei suoi amici stavano per percorrere altre strade, quelle della fuga, quelle del tradimento e dello spergiuro, quelle della viltà, quelle del sentirsi sconfitti e falliti.

Sapeva che il suo grande dono era affidato a chi non lo avrebbe subito riconosciuto.

Ci penso molto e mi lascio coinvolgere e provocare ritornando a tutti quei momenti nei quali mi trovo a valutare se è il caso o meno di fare qualcosa per qualcuno, quando ho la sensazione che ciò che dico e faccio non sarà accolto e capito.

Lo splendore esagerato del paradosso cristiano, del quale tante volte ci riempiamo la bocca ma non il cuore: per Dio, notte di tradimento e notte di amore coincidono.

Facile e piacevole parlare di amore quando c’è riconoscimento, reciprocità, risposta, consapevolezza del dono, gratitudine.

Questa Parola ci dice altro; ci dicono che si può e forse si deve essere capaci di parlare e vivere di un amore che è oltre i nostri criteri di ragionevolezza perché parla il linguaggio della dismisura; perché l’amore deve essere capace di stare anche dentro  il tradimento e la morte.

Ci sembra giusto pensare che solo se il dono è riconosciuto, apprezzato e perciò accolto, questo merita di essere condiviso.

Mille esempi della mia vita tornano in mente con una concretezza inequivocabile …

Forse è proprio dentro al sentore della prossima fuga e dell’abbandono Gesù ripete con il cuore in mano “Rimanete nel mio amore…”

Non so bene ritradurre la forza enorme di queste parole, ma immagino il volto dolce e ugualmente teso di Gesù che con un soffio di voce dice  “lasciate che io mi prenda cura della vostra piccolezza e paura, lasciate che mi prenda cura persino del vostro poco coraggio e incoerenza…

Lasciatevi amare così, perchè poi diventerete capaci di amare come io vi ho amati… a partire dai piedi.

Mi risuonano forti nel cuore le parole che abbiamo spezzato durante la notte del giovedì santo… si ama a partire dai piedi…

Amare a partire dalla vulnerabilità dell’altro; amare a partire dal punto in cui l’uomo si confonde con la terra, il punto in cui sperimenta tutta la sua fatica a essere creatura, il punto che più esprime la nostra instabile precarietà.

Mi scalda il cuore potentemente sapere che anche nelle condizioni più basse e meschine nelle quali mi trovo, scoprirò ai miei piedi la voce e il volto del mio Signore pronto ad avvolgerli nella sua compassione.

Commuove ed emoziona sapere di essere amati così.

Provare davvero ad essere discepoli non è semplicemente una proposta spirituale che sempre ti faccia volare alto, ma è piegare le ginocchia, porgere le mani, toccare gli altri chinati nel servizio e in un servizio gratuito.

Il gesto di quella sera, come il gesto che ripetiamo in ogni Eucaristia, ricorda che ciascuno di noi diventa discepolo amato.

Nella notte in cui fu tradito, prese il pane…

Così risponde Dio ai nostri tradimenti, prendendo se stesso e regalandosi per amore… Quella notte e in tutte le notti dei nostri abbandoni.

L’amore non è mai frutto di una sensibilità personale, ma è uno splendido dono ricevuto…

Una consegna che ci è stata fatta,

un eredità di chi prima di noi e più di noi è stato capace di sperimentare

e quindi non può fare a meno di dare…

Gesù dice che la prima cosa dopo aver intuito l’amore è non anda­rsene dall’amore…

L’amore è reale co­me un luogo, la tua stanza, quel posto particolare dove si ama rifugiarsi quando si ha bisogno di ritornare a se stessi…

Di stare un attimo nella pace.

Ci si può vivere dentro all’amore.

E ancora di più è la casa in cui già siamo.

Quella nella quale da sempre siamo stati.

Magari senza neppure accorgerci.

Come un bambino un poco capriccioso che non si accorge che tutto quello che ha gli è dato.

Gesù ci chiede di accorgerci che noi siamo amati così!

Che Dio ti ama così e questo non dipende da te.

E lo dicevamo anche prima, quello che ci è chiesto è di decidere se rimanere o no in questo amore.

Amici cari, viviamo in un mondo complicato, nel quale è facile farsi del male, che gli altri ci facciano del male.

A volte ci pare di vivere in un mondo dove se già riusciamo a proteggerci dal male è una bella cosa.

E allora la domanda è semplice: Ma perché dovrei restare in questo amore, essere uomo d’amore?

Gesù rispon­de anche a questo: “perché la vostra gioia sia piena.”

Perché dovrei tentare di vivere quello che mi dice  Il Vangelo, perché dovrei fidarmi? La risposta è chiara: Ne va della tua gioia, della tua gioia piena.

E come per tutto ciò che riguarda la vita dell’uomo è chiaro che il risultato lo ottengo dopo l’investimento , non prima; che il frutto cresce dopo che ho coltivato e fatto crescere la mia pianta.

La vera amicizia e , di più l’amore, esiste dopo il tempo speso, la vita donata.

 

Il vangelo prosegue “Amatevi gli uni gli altri co­me io vi ho amato.”

Non sem­plicemente amate.

Non ba­sta amare, potrebbe essere solo un fatto consolatorio, una forma di possesso o di potere.  Ci sono anche amo­ri violenti e disperati.

Dice “amatevi gli uni gli altri” cioè l’amore è sempre da collocare in un rapporto di co­munione,  un faccia a faccia, una concretezza fatta di volti e di storie, un donare e ricevere il dono…

Non si ama l’umanità in generale, si a­mano le persone una ad una.

E da qui sfocia la parola che fa la differenza cristiana “amatevi come io vi ho amato”. Amare è amare da Dio.

Avere la libertà di amare sempre, la più grande libertà che si possa pensare.

Difficile ma splendidamente possibile.

E se Dio ci sembra troppo astratto o spirituale, noi guardiamo gli uomini, che la vita l’hanno data per davvero amando.

Guardiamo ai nostri uomini e donne, quelli vicino a noi, quelli che per noi sanno dare la vita per amore, veri e propri canali del­l’amore del Padre.

Lasciamoci amare, dimoriamo nell’amore!

 

 

VI Domenica di Pasqua
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR