Site icon Acli

I giovani votano. È la politica che non li ascolta

*C’è un dato che questo referendum consegna con forza e che sarebbe un errore non cogliere. Noi giovani partecipiamo. E quando partecipiamo, incidiamo.

Negli ultimi anni si è costruita una narrazione comoda, quella di una generazione disaffezionata, distante e indifferente. I numeri mostrano altro. In questa consultazione referendaria si è registrata una presenza significativa delle fasce più giovani, che conferma un trend già emerso in altre tornate elettorali.

Il punto, allora, non è la disaffezione ma lo spazio che viene dato ai giovani e alla loro voce.

La partecipazione politica tradizionale cala da anni, ma non diminuisce la voglia di partecipare. Lo mostrano i dati e lo conferma la ricerca ACLI “né dentro, né contro”. I giovani non sono fuori dalla politica, sono fuori dai partiti. Non perché non credano nella partecipazione, ma perché non si riconoscono più nei suoi strumenti tradizionali.

E allora la domanda vera che nasce spontanea è un’altra … chi deve cambiare?

Chi ha tra i 18 e i 30 anni partecipa attraverso mobilitazioni, volontariato a progetto, attivismo digitale, esperienze associative soprattutto locali. È una generazione dentro i problemi come le difficoltà del mercato del lavoro, i cambiamenti climatici, i diritti, la pace, ma spesso fuori dai luoghi in cui questi problemi si trasformano in decisioni.

La partecipazione non è morta, è selettiva. E se è selettiva, allora la responsabilità non è dei giovani, ma di come la politica costruisce, o meglio non costruisce, gli spazi.

Per questo un nodo critico da sciogliere è il voto ai fuorisede. Migliaia di studenti e lavoratori sono penalizzati nell’esercizio di un diritto fondamentale. È una distorsione democratica evidente, che colpisce proprio la fascia più mobile e più giovane della popolazione. Intervenire su questo non è una concessione da parte della politica ma è una condizione minima di equità.

E dopo aver rimosso gli ostacoli, serve cambiare l’architettura della partecipazione. Perché il problema non è solo votare, è anche contare. Oggi esistono molti spazi di coinvolgimento giovanile, ma troppo spesso sono consultivi e simbolici. Se vogliamo che i giovani tornino a fidarsi delle istituzioni, quest’ultime devono avere il coraggio di costruire luoghi in cui i giovani possano incidere davvero nelle decisioni, a partire dai territori e dalle politiche pubbliche.

Allo stesso tempo, è necessario affrontare il nodo dei partiti. È lì che si produce rappresentanza ed è anche il luogo più distante. Non si entra, o, quando si entra, non si incide. La selezione resta chiusa, spesso opaca, raramente meritocratica. Se non si interviene su questo, qualsiasi discorso sulla partecipazione resta incompleto. Servono percorsi di accesso più trasparenti, responsabilità reali e una presenza significativa delle nuove generazioni nei luoghi decisionali e non come testimonianza ma come protagonismo.

C’è poi un tema che la politica continua a sottovalutare, quello legato ai tempi della partecipazione. Per i giovani la cittadinanza non è più un momento occasionale, ma qualcosa che si esercita ogni giorno. La politica resta ancorata a un modello episodico, mentre la partecipazione è ormai continua e ha forme nuove. Questo scarto produce distanza.

Servono quindi spazi permanenti di coinvolgimento, capaci di incidere prima che le decisioni siano prese. Non per sostituire la democrazia rappresentativa, ma per renderla più viva e credibile.

In questo scenario i corpi intermedi hanno un ruolo decisivo. Associazioni, sindacati e reti civiche sono tra i pochi luoghi in cui i giovani fanno esperienza concreta di partecipazione. La sfida è costruire un legame tra questa partecipazione e la rappresentanza politica. Senza questo ponte, continueremo ad avere giovani attivi fuori e decisioni prese senza di loro dentro. Non è un caso che molte energie nuove ormai nascano lì e non nei partiti.

Il messaggio che ci lascia questo referendum è che i giovani non hanno smesso di credere nella democrazia. Hanno smesso, semmai, di riconoscersi nelle sue forme attuali.

Una generazione che si mobilita quando conta non è una generazione perduta. È una generazione pronta. La domanda è se lo sia anche la politica.

Simone Romagnoli, Coordinatore nazionale Giovani delle Acli

 

*Editoriale pubblicato per Avvenire del 1 aprile 2026

Exit mobile version