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Le Acli fedeli alla democrazia: 1970-2019

Negli anni Settanta le ACLI, nel corso dell’Incontro Nazionale di Studi di Riccione del 1974, “Crisi economica e crisi politica. Quale via d’uscita per il movimento operaio”, con la relazione del presidente Domenico Rosati auspicano la rigenerazione della Democrazia Cristiana e la volontà della Chiesa di cogliere i segni dei tempi, e si dichiarano favorevoli al [dt_tooltip title=”compromesso storico”]Compromesso storico è l’espressione con cui si indica la strategia politica elaborata e sostenuta, tra il 1973 e il 1979, dal Partito Comunista Italiano e dalla Democrazia Cristiana. Tale strategia si fondava sulla necessità della collaborazione e dell’accordo fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiani, sulla base di un consenso di massa tanto ampio da poter resistere ai contraccolpi delle forze più conservatrici.[/dt_tooltip], ritenendo l’incontro degli universi popolari rappresentati dai due principali partiti, DC e PCI, necessario per il superamento della crisi economica e della crisi politica, determinata dall’esaurirsi dell’esperienza del centro-sinistra.
Per le ACLI, come si chiarisce nel XIV Congresso Nazionale di Bologna del 1978, il terrorismo, che culmina con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta, si propone di cancellare «la speranza di un ordinato sviluppo della democrazia in Italia» ed è da combattere con fermezza, senza scendere a compromessi.
Già agli inizi degli anni Ottanta le ACLI, rivendicando ed esaltando la propria identità di movimento della società civile, sono consapevoli della necessità della «riforma della politica», come si afferma nel titolo del XV Congresso Nazionale di Bari del 1981.
Nel nuovo assetto politico e istituzionale della prima metà degli anni Novanta, a seguito del crollo del Comunismo e degli effetti destabilizzanti di [dt_tooltip title=”Tangentopoli”]Tangentopoli è il termine usato in Italia dal 1992 per definire un sistema diffuso di corruzione politica. Inizialmente è stata Milano a essere designata come capitale delle tangenti dopo che il 17 febbraio 1992 venne arrestato Mario Chiesa, amministratore socialista del Pio albergo Trivulzio, casa di riposo per anziani. In seguito, con l’allargarsi dello scandalo, il termine venne usato nel gergo politico e giornalistico per riferirsi ad aree geografiche, enti pubblici, frazioni di partiti il cui funzionamento apparve dominato dalla ricerca di tangenti.[/dt_tooltip], con la crisi dei vecchi partiti e il profondo rinnovamento della classe politica, le ACLI – nel XVIII Congresso Nazionale di Roma del 1991 – rilanciano con forza il tema della cittadinanza sociale per fondare la democrazia partecipata e solidale e riformare le istituzioni, sia in Italia che in Europa.
A fine decennio, nel XXXII Incontro Nazionale di Studi del 1999, a cui partecipa Romano Prodi allora presidente della Commissione UE, si ragiona e si dibatte sui nessi tra “Democrazia e giustizia sociale alla prova della globalizzazione”.
Nella travagliata e controversa transizione dalla[dt_tooltip title=”Prima alla Seconda Repubblica”]Prima repubblica è un’espressione giornalistica con cui si indica il sistema politico italiano nel periodo compreso tra il 1948 e il 1994, caratterizzato da una legge elettorale proporzionale e dalla contrapposizione di due grandi partiti di massa, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, entrambi scomparsi con l’avvento della Seconda repubblica, contraddistinta dalla frammentazione dei partiti e da una legge elettorale maggioritaria.[/dt_tooltip] questo tema è ripreso e rilanciato più volte.
Nelle conclusioni all’Incontro Nazionale di Studi di Vallombrosa del 2002, “Il Welfare che verrà. La nuova frontiera dei diritti nel tempo della globalizzazione”, il presidente Luigi Bobba, nel criticare la deriva di «un welfare compassionevole o consolatorio invece di un welfare promozionale e inclusivo», sottolinea come questo modello rinvii a una concezione della democrazia nella quale «la tirannia delle maggioranze in termini formalistici e di omologazione, trascura la complessità della persona».
Matura all’interno delle ACLI anche la consapevolezza che le categorie politiche di destra e di sinistra non siano più adatte a comprendere la società globalizzata e a indicare le adeguate riforme sociali e istituzionali.
Nella concezione aclista della democrazia sono valori peculiari: la laicità dell’impegno politico; la responsabilità individuale declinata come vocazione della persona al dialogo e alle relazioni con gli altri; i principi e i valori cristiani finalizzati a comprendere e governare la complessità della storia e non vissuti come vessillo identitario “contro”.
Nell’Incontro Nazionale di Studi di Roma del 2016, “Passione popolare. La persona, le ACLI, il popolo: la democrazia scritta e quella da scrivere”, il presidente Roberto Rossini, a conclusione dei lavori, ricorda che «la storia c’insegna che se il popolo non va avanti, se non diventa pienamente soggetto, rischia di diventare oggetto nelle mani di chi cerca solo i suoi interessi e non quelli di tutti».

A cura dell’Archivio storico delle ACLI

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