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#stateacasa non basta più

Qualsiasi epidemiologo, e da qualche settimana anche ognuno di noi, sa che l’efficacia delle misure di mitigazione non farmaceutiche del Covid-19 dipendono dalle persone e dai loro comportamenti. Ma cosa sappiamo del modo in cui gli italiani stanno affrontando le restrizioni di queste settimane? Sostanzialmente nulla, o meglio nulla di scientificamente fondato. Circolano sui media narrazioni contrapposte: l’Italia responsabile dei flash mob sui balconi, da una parte, e l’Italia “irresponsabile” che va al mare nel fine settimana e assalta le stazioni ferroviarie, dall’altra. È evidente che si tratta di rappresentazioni parziali e impressionistiche. In uno scenario così confuso, la sociologia e le altre scienze del comportamento, che molto avrebbero da dire, rimangono in silenzio o si lanciano in esercizi interpretativi privi di alcuna base empirica. Abbiamo bisogno di dati di realtà per capire quello che sta succedendo. Ci arriva in aiuto l’instant-survey dell’Università di Harvard (link). Un ampio gruppo di studiosi guidato da Gary King, uno dei politologi che più ha contribuito all’avanzamento dei metodi empirici nelle scienze sociali e politiche, ha realizzato uno studio quantitativo su un campione di oltre 3400 italiani. Prima di entrare nel merito dei risultati penso sia necessario rilevare che lo studio è stato sollecitato dalle istituzioni italiane, in particolare dal comune di Roma, e da alcune aziende di telecomunicazioni: penso che in questa situazione il contributo della sociologia e delle altre scienze sociali sia cruciale; così come le collaborazioni tra accademia, istituzioni e aziende. Non bastano medici ed economisti per capire come andrà a finire. Non entro nei dettagli metodologici dello studio perché penso che i risultati forniscano indicazioni che, comunque, debbano far riflettere, soprattutto nella prospettiva di misure di distanziamento sociale prolungate.

Veniamo ai risultati. Secondo i ricercatori guidati da King, la rilevazione fornisce cinque elementi rilevanti. I primi tre sono di ordine comportamentale e smentiscono molti luoghi comuni sulla capacità degli italiani di rispettare le nuove regole.

  1. La maggior parte dei gruppi demografici, in particolare gli anziani, segue le misure sanitarie: sulla base di una serie di quesiti riferiti ai comportamenti assunti nella settimana scorsa si rileva un’ampia osservanza delle misure di mitigazione del contagio, con percentuali sistematicamente superiori al 90% degli intervistati.
  2. Persino gli scettici sulla gravità della malattia e sui messaggi inviati dai media, così come sulle capacità del governo di gestire l’emergenza, credono che le misure prese siano adeguate alla situazione: il sentimento di sfiducia nelle istituzioni e la diffidenza nei confronti dei media non influiscono sulla propensione a rispettare le nuove regole.

Sul fronte dei comportamenti, quindi, ci siamo. Gli italiani – spesso rappresentati in modo infantilizzante -sanno riconoscere il pericolo. Anche le teorie del complotto che affollano le bacheche dei social media, quando si tratta di scegliere cosa fare in una situazione di emergenza lasciano il posto a comportamenti più responsabili. Quindi, fin qui tutto bene: il contenimento del contagio è anche merito, oltre che del Sistema Sanitario Nazionale, di una popolazione che ha capito la gravità della situazione. Purtroppo, gli altri due risultati dello studio mostrano che questa coesione è a rischio. I motivi sono due:

  1. La popolazione sta vivendo alti livelli di ansia, in particolare i gruppi vulnerabili: tramite l’uso di scale multi-dimensionali i ricercatori di Harvard hanno creato un indice su scala 0-100, il cui valore medio è di 73,9. In pratica, queste settimane sono particolarmente stressanti per la popolazione. La questione è se nel medio periodo l’ansia possa influire negativamente sulla propensione al rispetto delle misure di mitigazione. Detto in modo diretto: cosa accadrà il 3 aprile, quando con tutta probabilità le limitazioni saranno prolungate?
  2. I suggerimenti volti a rafforzare i comportamenti hanno scarso effetto perché l’auto-responsabilizzazione ha già raggiunto il suo massimo: tramite una soluzione metodologica molto interessante, i ricercatori hanno inviato a un sotto-campione di rispondenti un messaggio sul ruolo dei comportamenti individuali nel contenimento del virus, chiedendo agli stessi di inviarlo ad altre cinque persone. I risultati mostrano che solo una ristrettissima parte di italiani ha assolto il compito. In altre parole, l’azione di sensibilizzazione è terminata, gli italiani hanno capito, il tempo dello #stateacasa è finito. È il momento di pensare a come compensare lo stress dello stare a casa.

Stiamo entrando nella fase in cui bisogna fare l’abitudine a questa nuova condizione di isolamento generalizzato: l’epidemia non finirà presto e quasi nessuno di noi si immagina cosa possa significare passare i prossimi mesi a casa. Ci vuole immaginazione e capacità di prefigurazione per trovare delle forme di vita sociale che ci possano aiutare ad affrontare questo periodo. Lo studio che ho commentato ne propone alcune: attività fisica collettiva a distanza, lettura condivisa, modalità sicure di stare all’aria aperta, azioni per incentivare la solidarietà inter-generazionale, distribuzione gratuita di tablet e computer portatili. Tutte buone idee, ma ce ne vogliono ancora altre. Dobbiamo inventare nuovi modi di stare assieme, anche se a distanza; e la comunicazione istituzionale probabilmente deve cambiare registro: il tempo dei divieti sta finendo molto rapidamente.

 

Gianfranco Zucca
IREF – Istituto di Ricerche Educative e Formative
info.iref@acli.it

 

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