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Terra Santa. Una debole candela nel buio

A cura di Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla Vita Cristiana

 

Torno di nuovo dalla Terra Santa. Un magnifico pellegrinaggio sui luoghi della vicenda di Gesù di Nazareth. Un incontro con una terra speciale – quinto evangelo! –che custodisce due popoli, tre religioni e tante ragioni e torti, dall’una e dall’altra parte. Un viaggio per vedere le pietre ma anche per incontrare le persone: arabi ed ebrei, cristiani e mussulmani. Ancora una volta mi è capitato di incontrare due esponenti di spicco dei Parents Circle, una organizzazione che riunisce genitori israeliani e palestinesi che hanno perso un familiare nel confitto israelo-palestinese. All’associazione hanno finora aderito duecentocinquanta genitori israeliani e duecentoventi genitori palestinesi, oltre a un ristretto gruppo di drusi.

Il primo di loro è Rami Elchanan, un designer grafico. La sua famiglia, ebrea, abita a Gerusalemme da sette generazioni. Gli chiedo di raccontarmi la sua storia. “La mia storia personale inizia e finisce un giorno particolare del calendario ebraico, il Giorno dell’Espiazione, Yom Kippur. Lo Yom Kippur di 45 anni fa, nel mese di ottobre 1973, ero un giovane soldato di riserva trovatosi improvvisamente in mezzo ad una terribile guerra. All’inizio ero in una compagnia di 11 carri armati, alla fine ne sono rimasti solo 3. Lì nella sabbia del Sinai ho perso alcuni dei miei migliori amici. Sono uscito da questa guerra arrabbiato e amareggiato, cinico e furioso. Dopo di allora, ero determinato a eliminare dalla mia vita qualsiasi tipo di coinvolgimento fosse questo politico, sociale o di qualsiasi altro genere. Congedato dall’ esercito, mi sono costruito una vita: studi, la famiglia, carriera… 35 anni fa, la sera dello Yom Kippur del 1983, una bimba dolce è nata all’ospedale Hadassah, a Gerusalemme. L’abbiamo chiamata Smadar (dal Cantico dei Cantici e significa “l’uva della vigna“). È diventata presto una ragazza molto vivace, sorridente, felice, piena di vita attiva nella nostra famiglia calma e felice… e così abbiamo vissuto serenamente, Nurit mia moglie, i miei tre figli e questa principessa, in una bolla che abbiamo costruito intorno a noi… fino a 9 anni fa circa, quando, il 4 settembre 1997, questa nostra bolla si è spaccata andando in mille pezzi.

Cosa è successo?

Il primo giorno dell’anno scolastico, pochi giorni prima dello Yom Kippur, Smadar e le sue amiche sono andate in centro a Gerusalemme, in Ben Yehuda Street, per acquistare libri per il nuovo anno scolastico. Proprio lì hanno incontrato la morte. Due palestinesi suicidi hanno deciso di farsi esplodere. Con loro sono morte quel giorno cinque persone, tra le quali tre ragazze di quattordici anni. Tra queste Smadar. Era le tre del pomeriggio di giovedì,  l’inizio di una lunga notte, fredda e buia… All’inizio speri nel profondo del tuo cuore, speri quel terribile dito non stia puntando verso di te. Ti ritrovi a correre come un pazzo per le strade, vagando da una stazione di polizia all’altra, da un ospedale all’altro, fino a che, molto più tardi nel corso di quella maledetta notte, ti trovi in una camera mortuaria con quel dito puntato tra gli occhi e una scena davanti che non avresti voluto vedere mai, e poi mai sarai in grado di cancellare.

E poi?

Il funerale di Smadar si è svolto la domenica sulla collina verde nel Kibbutz Nachshon, sulla strada per Gerusalemme. Smadar è stata sepolta accanto al nonno generale,  Matti Peled, un grande combattente per la pace, conosciuto in tutto il paese per le sue lotte pacifiste e progressiste. Il fatto che i nemici della pace avessero ucciso sua nipote ha attirato grande attenzione sulla nostra famiglia sia in Israele che dall’estero. Al funerale di Smadar erano rappresentate tutte le diverse sfumature che compongono il meraviglioso mosaico di questo incredibile paese: ebrei e arabi, sinistra e destra radicale, religiosi e laici, rappresentanti dei coloni nel Territori occupati e pure rappresentanti personali dell’allora presidente Yasser Arafat. Dopo il funerale siamo tornati alla casa vuota che lentamente si era riempita di persone. Per i sette giorni successivi siamo stati avvolti nel consolante abbraccio di migliaia di persone che riempivano la strada stretta, giorno dopo giorno, notte dopo notte fino alla fine del periodo di lutto, lo Shiv’ah. L’ottavo giorno qualcosa è cambiato: tutti improvvisamente scompaiono e si resta soli, in quel momento si deve dimostrare la propria forza, alzarsi. Ti guardi allo specchio e devi decidere: e adesso? Dove vado? Cosa ne faccio di questo nuovo e terribile dolore, questo sconosciuto e intollerabile dolore? Cosa fare con il resto della tua vita in cui improvvisamente sei diventata una persona completamente diversa, e tutte le tue precedenti priorità si sono dissipate in un attimo ed è come se non fossi mai esistito? In quei momenti, ti rendi conto davvero che ci sono due sole opzioni tra cui scegliere. La prima è evidente, automatica e immediata. Quando qualcuno uccide la tua figliola di 14 anni, la sola e unica cosa che hai nella tua testa è la rabbia infinita e un desiderio di vendetta che è più forte della morte. È un sentimento naturale, umano. La maggior parte delle persone si sentono in questo modo: è comprensibile, chiaro e prevedibile… Tuttavia, siamo esseri umani e non animali. Abbiamo una testa sulle nostre spalle e dentro la testa abbiamo un cervello e quando la prima reazione di rabbia folle passa, cominci a porti domande in profondità: se uccido qualcuno per vendetta, questo mi riporterà la mia bambina? E se provoco dolore a qualcuno, questo allevia il mio dolore? E la risposta è assolutamente “No”. Quindi, seguendo un lungo e lento, difficile e doloroso processo raggiungi gradualmente l’altra strada, e cerchi di capire: cosa è avvenuto qui? Quale motivo può spingere una persona a provare tanta rabbia e disperazione da essere disposto a colpire se stesso insieme a delle bambine? E ancora più importante: che cosa puoi fare tu, in prima persona, al fine di prevenire questa intollerabile sofferenza da parte di altri?”

 

L’altro esponente dei Parent’s Circle è Wajeeh Tomeezi. 60 anni, palestinese, allevatore di polli e costruttore di gabbie per gli stessi animali. Il 5 luglio del 1990 Wajeeh  ha perso un fratello di 13 anni, Hazam, durante un raid israeliano a Idna, il villaggio vicino ad Hebron dove risiede. Nella sera del 13 luglio 2001 ancora li mentre i parenti tornavano da un matrimonio, due cugini di 23 anni e una bimba di 4 mesi, che i genitori avevano atteso da 10 anni, sono morti sotto gli spari di due coloni ebrei.

Cosa ha voluto dire per la sua vita queste morti violente?

La prima cosa che ho pensato quando mi hanno detto che hanno ucciso mio fratello è stata: mi vendico. La vendetta è un sentimento che ti prende la pancia e il cuore, ma poi va alla testa. Allora mi sono venuti tre dubbi prima di reagire: non sapevo chi fosse il soldato che ha ucciso mio fratello; se mi fossi vendicato di lui non sarebbe comunque tornato in vita; ho ricordato una frase letta in un libro di Gibran: “Se vuoi vendicarti, devi preparare due tombe: una per la tua vittima, l’altra per te.” E  ho pensato che non avevo il potere di cambiare le cose. Dopo 11 anni e 11 giorni, sono arrivati gli altri lutti. Sono corso sul posto dove i coloni hanno ucciso i miei parenti: di fronte a quel bambino morto mi si è accesa una luce rossa. Dovevo fare qualcosa non solo per la mia famiglia ma per la mia comunità e per il mondo perché non c’è nulla di più sacro della vita. Nella mia ricerca, navigando su internet, ho incontrato l’esperienza dei Parent’s Circle. Mi hanno fatto ricordare una frase di Gandhi: “Se hai intenzione di vendicarti occhio per occhio per occhio, dente per dente, vivrai in un mondo cieco”. Mi sono deciso a farne parte. Forse è poca cosa ma penso sia meglio accendere una piccola candela che rimanere nel buio!”

Che significa, veramente, per lei la parola ‘pace’?

Ogni conflitto nel mondo parte dalla politica. Ma ogni conflitto passa anche attraverso la gente. Per questo è importante parlare con gli israeliani e conoscerci meglio. Gli israeliani devono studiare la nostra storia, come noi dobbiamo studiare la loro. Fino ad oggi gli israeliani ci hanno sempre considerati come bassa manovalanza per i loro ristoranti e le loro imprese, ci denigrano perchè non ci conoscono e pensano che siamo terroristi. Per noi gli israeliani sono soltanto gli occupanti, dei coloni, dei soldati, degli assassini. Dobbiamo quindi conoscerci meglio, parlarci e trovare una via d’intesa perchè questo conflitto finisca. L’organizzazione Parent’s Circle rappresenta uno di questi tentativi; è nata spontaneamente tra la gente, non è un’organizzazione politica né religiosa ma piuttosto un’istanza umanitaria e sociale che coltiva il dialogo verso l’altro. Non puoi giudicare una persona che non conosci e solo la negoziazione fra le parti può porre fino alla guerra. Nessun conflitto è per sempre: la pace ha un prezzo alto ma conviene più della guerra. Io e Rami lo diciamo sempre:  il dolore rielaborato costruisce un ponte sulla valle di sangue  che il conflitto ha creato. I nostri figli varcando questo ponte potranno sperare in una vita diversa.

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