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Uno per tutti: il valore del volontariato e dell’associazionismo oggi

Il primo maggio 2020 si festeggerà a Padova, capitale europea del volontariato. Questa combinazione tra lavoro e volontariato non è così scontata, perché i rapporti non sono sempre (stati) sereni. Valgono almeno due considerazioni, una di storia e una di cronaca. Quella di cronaca è facile: c’è chi spaccia per volontariato il lavoro sotto ricatto per un lavoro retribuito. È un volontariato falso che usa le persone, è lavoro nero, è sottrazione di lavoro regolarmente retribuito. Non è il volontariato che si sta celebrando a Padova, è semmai la copia malfatta, dannosa e illecita.

Il volontariato vero, nella sua dimensione più popolare, nasce negli anni Ottanta. In realtà nelle comunità territoriali c’era sempre stato: erano quelle persone che offrivano gratuitamente il loro tempo per fare cose che non avevano alcun valore retribuito. Dalle attività nelle parrocchie a quelle negli enti di beneficenza sociale o sanitaria, molti cittadini si sono sempre impegnati. Ma negli anni Ottanta il numero di persone che partecipa ad attività sociali con spirito di gratuità – e con organizzazioni nuove più o meno formali – aumenta di molto, tanto da richiedere una forma di regolazione (che arriverà nel 1991).

Questo grande movimento nasce per effetto di dinamiche sociali e politiche che – in quegli anni – stanno mutando profondamente. Entrava in crisi una certa militanza politica e sindacale, giocata sulla forte volontà di cambiare il mondo, le cose, i rapporti tra i più ricchi e i più poveri, tra chi ha un potere di posizione o di rendita e chi non ne ha. Entrava in crisi una straordinaria stagione di impegno collettivo che, in trent’anni di vita, aveva contribuito a creare per tutti uno sviluppo senza precedenti.

Entrava in crisi proprio il concetto di sviluppo: con un gioco di parole potremmo dire che si sviluppava una mentalità di crisi della politica e dell’impegno socio-politico. La figura del militante, politico o sindacale che fosse – tutta giocata sul tema dello sviluppo -, stava per cedere il passo ad un’altra figura che avrebbe caratterizzato il ventennio successivo, il volontario.

Il volontario lavora anch’egli dal basso, ma il suo agire è giocato più sulle conseguenze dei fenomeni di potere o sulle conseguenze di fenomeni semplicemente negativi, quelli naturali (come i terremoti, che in quegli anni richiamano migliaia di volontari) e quelli sociali (come le inefficienze del welfare, che permettono un impegno nelle istituzioni pubbliche e private). Potremmo dire che viene meno il desiderio di cambiare le grandi logiche economiche opprimenti – come il capitalismo, che proprio in quegli anni accelera e si sottrae al confronto all’interno della classica dinamica lavoro/capitale – o le grandi logiche di potere.

Venendo meno questa forza critica, la critica è esercitata in modo pratico, prendendo atto dell’inefficienza dei servizi e della capacità di rispondere ai bisogni sociali. Insomma, con la crisi delle grandi utopie e delle grandi narrazioni si indeboliscono anche i soggetti che le avevano promosse, raccontate, narrate, prodotte e concretizzate.

La militanza nel sociale e nel politico si giocherà, negli anni Ottanta e seguenti, con soggetti più direttamente legati ai bisogni delle comunità o dei deboli e dei fragili. Fare volontariato diventa un modo per dare una risposta etica alle “cose che non vanno bene”, una sorta di politica minore ma sostanziale, concreta, operativa, immediata, aperta a tutti, pulita, senza conflitti ideologici o umani.

La spinta “gentile” del volontariato ha – in tutti questi anni – avuto grandi effetti benefici sull’intero corpo sociale. Ha contrastato apertamente la cultura dell’individualismo a favore della comunità, del narcisismo auto-centrato a favore dell’attenzione all’altro, dell’anomia sociale a favore di una costruzione collettiva sempre possibile e fatta insieme a tanti. Lo sviluppo tanto perseguito e ottenuto aveva generato anche pericolose diseguaglianze di opportunità, di risultato. Intervenire sugli esiti è stata la grande opportunità che il volontariato si è giocato. Da questo movimento sono nati tanti movimenti successivi: le ong, tutto il terzo settore, l’economia civile, il mercato equo e solidale. Oggi potremmo anche dire che anche la sharing economy è strettamente imparentata con i fenomeni sociali che abbiamo frettolosamente richiamato.

Oggi la cultura del volontario – all’interno della più generale cultura del civile – si può sommare con la cultura del militante. Entrambe hanno a cuore un mondo che si costruisce a partire dal basso; entrambe sanno che si può ottenere solo con uno sforzo collettivo, con un’uscita (anti-individualistica) dal sé; entrambe contrastano la cultura della violenza e cercano un mondo inclusivo, non esclusivo; entrambe sanno che la libertà non è un fatto solo formale ma richiede anche sostanza; entrambe sanno che possono vivere solo all’interno di una grande e generosa democrazia.

Su queste basi la grande tradizione laburista del mondo del lavoro può incontrare la giovane cultura dell’impegno volontario e civile. Su queste basi si può anche rilanciare un’idea democratica che fa leva sui corpi intermedi, che è ancora una grande ricchezza della nostra società: una ricchezza sociale e umana di forme che, a geometrie diverse, hanno animato la città, hanno costruito uno sviluppo più giusto.

Non si riuscirà a dare una risposta alla crisi di potere e al potere della crisi nell’indebolire la politica se non si riparte dalle questioni di base: il lavoro, la lotta alla povertà e alle diseguaglianze attraverso l’impegno dei corpi intermedi, cioè il sindacato, l’associazionismo, le imprese sociali e di comunità e di tutto quanto costruisce una socialità più umana. Il primo maggio a Padova saremo là per affermare tutte queste cose.

 

Roberto Rossini

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