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Aree interne, Acli: territori strategici per il futuro sociale, economico e ambientale del paese

«Le aree interne sono una risorsa straordinaria, sono le radici più profonde del nostro Paese e possono dare nuovi frutti». Le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al termine dell’incontro dei Vescovi delle aree interne, svoltosi a Benevento due giorni fa, richiamano una questione decisiva per il futuro dell’Italia. Spopolamento, invecchiamento della popolazione, progressiva riduzione dei servizi e partenza dei giovani non possono essere considerati processi inevitabili. Le ACLI condividono la prospettiva indicata dalla CEI: le aree interne non sono territori da accompagnare verso un declino ritenuto irreversibile, ma luoghi nei quali investire, valorizzando le risorse ambientali, economiche e culturali, i saperi locali e, soprattutto, il patrimonio di relazioni e di vita comunitaria che ancora custodiscono.

«Da tempo le ACLI sostengono una scelta di campo molto netta: nessuna parte del Paese può essere considerata sacrificabile e nessuna comunità può essere lasciata sola», dichiara Raffaella Dispenza, Vicepresidente nazionale delle ACLI – l diritto a restare nel luogo in cui si è nati o che si è scelto come propria casa non può essere una concessione riservata a chi dispone di maggiori risorse. Deve diventare una possibilità concreta, garantita dalla presenza di scuole, servizi sanitari e sociali, trasporti, connessioni digitali, opportunità di lavoro e spazi di partecipazione».

Quando la distanza da un ospedale, da una scuola, da un ufficio pubblico o dal luogo di lavoro riduce le possibilità di curarsi, formarsi e partecipare alla vita sociale, la diversità territoriale si trasforma in una vera disuguaglianza nell’esercizio dei diritti di cittadinanza. Per questo la questione delle aree interne riguarda non soltanto le comunità che vi abitano, ma la qualità della democrazia, la coesione sociale e l’equilibrio complessivo del Paese.

Le ACLI chiedono una nuova stagione di politiche pubbliche strutturali, continuative e costruite a partire dalle caratteristiche dei territori. Non bastano incentivi temporanei o interventi frammentati: occorre definire standard minimi di cittadinanza territoriale, rafforzare la Strategia nazionale per le aree interne e coordinare le risorse nazionali ed europee, sostenendo la cooperazione tra Comuni e la capacità amministrativa degli enti locali.

«Bisogna intervenire prima di tutto sulle condizioni che rendono un territorio realmente abitabile  – prosegue Dispenza – Servono politiche per la casa e il recupero del patrimonio inutilizzato, una sanità di prossimità, il sostegno alle piccole scuole, una mobilità adeguata e reti digitali affidabili. A queste misure devono affiancarsi opportunità di lavoro dignitoso e il sostegno alle imprese radicate nei territori, all’agricoltura multifunzionale, all’artigianato, alle cooperative di comunità e alle esperienze di economia sociale».

Un ruolo importante può essere svolto anche da una fiscalità sensibile ai divari territoriali, capace di considerare i maggiori costi sostenuti da chi vive lontano dai servizi essenziali. Detrazioni e crediti d’imposta mirati, tariffe sociali, incentivi per il recupero delle abitazioni e sostegni selettivi alle attività economiche e ai servizi di prossimità devono essere inseriti in una strategia nazionale di riequilibrio, accompagnata da solidi meccanismi perequativi.

La riflessione promossa dalla CEI richiama inoltre la necessità di costruire reti e alleanze tra istituzioni, Chiesa, Terzo settore e comunità locali. È una direzione nella quale le ACLI operano da sempre attraverso la loro presenza diffusa: circoli, servizi, sportelli e associazioni costituiscono spesso, anche nei territori più fragili, presìdi civici nei quali si intrecciano socialità, orientamento, accesso ai diritti e sostegno concreto alle persone.

«Il futuro delle aree interne non può essere deciso esclusivamente dall’alto – conclude Dispenza. – Bisogna coinvolgere chi quei luoghi li abita, riconoscere le associazioni come infrastrutture sociali di prossimità e rendere stabile la collaborazione tra amministrazioni pubbliche e cittadinanza attiva. Solo così le comunità potranno passare dall’essere destinatarie degli interventi a protagoniste del proprio futuro. Contrastare lo spopolamento significa costruire fiducia, opportunità e partecipazione: significa permettere alle persone di restare, tornare o arrivare».

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