Stanotte, nella Casa circondariale “Don Bosco” di Pisa, circa cinquanta detenuti hanno occupato un reparto per diverse ore. La protesta, trasmessa in diretta sui social, è partita dal ritrovamento di presunti dispositivi di intercettazione nelle celle. Dopo una notte di apprensione e tensione, anche grazie a un’opera di mediazione, la protesta è rientrata.
Come ACLI esprimiamo vicinanza alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria e a tutto il personale, che lavora ogni giorno in condizioni insostenibili. Esprimiamo vicinanza anche alle persone detenute e alle loro famiglie. Nessuna forma di violenza è una risposta. Ma sarebbe un errore leggere quanto accaduto solo come un fatto di ordine pubblico.
Secondo i dati diffusi dai sindacati di polizia penitenziaria, al Don Bosco vivono oltre 300 persone in 199 posti. Pisa non è un caso isolato, è lo specchio di un sistema che da anni vive in emergenza. Le carceri italiane sono sovraffollate, il personale è insufficiente e il tempo passato in cella è spesso vuoto, senza attività né prospettive. Troppe vite si spezzano dietro le sbarre. Quando lo Stato smette di prendersi cura delle persone che gli sono affidate, la tensione diventa la regola e a pagarne il prezzo sono tutti: chi è detenuto, chi ci lavora e la comunità che sta fuori.
Il 14 luglio il Don Bosco è stato tra gli istituti visitati dalle delegazioni dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, con la presenza delle ACLI, che hanno contribuito a promuovere l’Alleanza il 6 febbraio scorso a Roma insieme a decine di organizzazioni. “Bisogna avere visto”, dicevamo. Chi ha visto sapeva che la situazione era al limite.
Tra loro c’era Paolo Martinelli, delegato ACLI alla legalità, che quel giorno è entrato nel Don Bosco: ha “visto” di persona. Anche la notte della protesta era davanti al carcere, dove il clima era pesantissimo: ambulanze, sirene spiegate, cittadini e familiari dei detenuti in ansia. Martinelli denuncia il sovraffollamento, le carenze di organico e le condizioni igienico-sanitarie, e ricorda che anche il personale non può essere lasciato solo. Ringrazia infine la direttrice dell’istituto, Alice Lazzarotto, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Pisa, Valentina Abu Awwad, per il prezioso lavoro di mediazione che ha permesso di scongiurare ulteriori violenze.
“L’articolo 27 è chiaro: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, dichiara Mariangela Perito, componente della Presidenza ACLI. “Un carcere sovraffollato, chiuso al territorio e senza percorsi di reinserimento produce rabbia e non sicurezza. Non entriamo nel merito delle indagini in corso. Chiediamo però che le denunce di maltrattamenti emerse stanotte vengano verificate con trasparenza, anche attraverso i Garanti. E chiediamo che il carcere torni a essere un luogo fondato sulla fiducia e non sul sospetto reciproco.”
Fedeli alla dottrina sociale della Chiesa, crediamo che nessuna persona sia definita per sempre dal suo errore. Una pena che rispetta la dignità umana è anche la strada più seria verso una società più sicura.
