Nella Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita dall’ONU il 20 giugno di 25 anni fa, le ACLI rinnovano il proprio impegno a fianco di quanti sono costretti a fuggire da guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, povertà estrema e crisi ambientali.
Dietro ogni numero vi è una persona, una famiglia, una storia. Eppure i numeri ci interrogano con forza: secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, nel mondo oltre 117 milioni di persone vivono una condizione di fuga forzata, mentre i rifugiati sono più di 41 milioni. Quasi il 40% sono bambini e bambine. Sette rifugiati su dieci vivono lontani dalla propria casa da oltre cinque anni.
Di fronte a questa realtà, l’Europa avrebbe dovuto rafforzare gli strumenti di protezione e solidarietà. Destano invece profonde preoccupazioni le modalità di attuazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato pienamente in vigore il 12 giugno 2026. La crescente centralità delle procedure di frontiera, il rischio di trattenimenti sistematici, l’esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi e la prevalenza della logica della sicurezza su quella della protezione rischiano di comprimere il diritto d’asilo, principio fondante dell’ordinamento europeo e internazionale.
Facciamo nostre le parole di Papa Leone XIV quando richiama la politica e le istituzioni a riconoscere in ogni migrante e rifugiato anzitutto una persona, portatrice di una dignità inviolabile. L’Europa sarà fedele alle proprie radici non quando innalzerà nuovi muri, ma quando saprà coniugare sicurezza, accoglienza e giustizia.
Come ACLI crediamo che la gestione dei fenomeni migratori non possa essere costruita sulla detenzione, sulla paura o sulla sospensione dei diritti. Una società si misura dalla capacità di proteggere chi è più vulnerabile, non dalla rapidità con cui lo allontana.
In questa giornata chiediamo che l’Europa torni a mettere al centro la persona, la tutela dei diritti fondamentali e la costruzione di canali sicuri e legali di ingresso.
La Comunità Europea non rinneghi la sua storia nata dall’incontro di popoli, culture e tradizioni; per secoli uno spazio di scambio, dialogo e contaminazioni. Oggi le sue rotte sono lastricate da pietre d’inciampo di vite spezzate. Dal 1990 a oggi quasi 80.000 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di approdarvi. Nel Mediterraneo, negli ultimi dieci anni, oltre 32.000 persone hanno perso la vita o risultano disperse. Una tragedia umanitaria che deve interrogare le coscienze.
Il senso di umanità non può lasciarsi svilire da mere esigenze contabili e di ordine pubblico; i rifugiati non sono istanze da gestire, ma vite da proteggere e dignità da riconoscere.
