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Paolo VI e le ACLI

L’elezione al soglio pontificio del cardinale Giovanni Battista Montini, il 21 giugno del 1963, è accolta con grande gioia e soddisfazione dagli aclisti.
Nel primo decennio della loro vita le ACLI hanno ricevuto da monsMontini, sostituto per gli Affari ecclesiastici ordinari della Segreteria di Stato Vaticanaun costante e forte sostegno, anche finanziario. Quando viene nominato arcivescovo di Milano, città perno del triangolo industriale e cuore pulsante dell’Italia del miracolo economico, rimane sempre un interlocutore attento delle ACLI, mostrando particolare sensibilità per la questione sociale, tanto da essere ricordato come l’arcivescovo dei lavoratori.  
Pochi mesi dopo l’elezione di Montini al soglio pontificiole ACLI tengono il loro IX Congresso Nazionale (Roma, 19-22 dicembre 1963), in quella occasione Paolo VI riceve in udienza una “cospicua rappresentanza delle ACLI” e pronuncia un lungo e denso discorso Il movimento operaio cristiano nella realtà della vita cattolica italiana, quasi inserendosi nel tema del congresso: Il movimento operaio cristiano nella nuova realtà sociale italianaLe sue parole rappresentano una lezione sulla storia e sull’identità delle ACLI e, più in generale, del movimento cattolico, che meritano di essere rilette con attenzione.
Il Papa affronta «l’argomento con una domanda: quale posizione occupano le ACLI nel campo cattolico, davanti alla Chiesa? La domanda ci porterebbe a rievocare tanti ricordi di studi e di episodi che ci hanno dato modo di assistere e di favorire il sorgere delle ACLI, e di aiutarle a determinare un posto nell’area delle istituzioni facenti capo alla Chiesa. Diciamo soltanto che, sebbene fin dal secolo scorso i cattolici avessero dato vita anche in Italia ad una multiforme attività in favore delle classi lavoratrici, un posto per qualche loro specifica organizzazione era venuto a mancare, e non soltanto perché, fino alla conclusione dell’ultima guerra, non era possibile concepire che esistessero libere associazioni cattoliche, ma anche perché il criterio preciso che doveva informare l’istituzione delle ACLI non era pensabile. Si ricorderà come Papa Pio XI, di venerata memoria, era riuscito, con tutto il peso del suo coraggio e della sua autorità, a salvare le sole associazioni di Azione Cattolica; e queste perché strettamente collegate con la vita religiosa, propria della Gerarchia Ecclesiastica.
Una notevole e promettente fioritura di opere e di organizzazioni sociali cattoliche, dicevamo, esisteva in Italia alla fine della prima guerra, ma aveva dovuto appassire prima, inaridirsi e morire poi, nel periodo d’un totalitarismo statale, che aveva vietato simili forme di vita sociale. Ricuperata la libertà civile, era rinata la possibilità di riprendere l’attività sociale organizzata: e allora, quale sarebbe stata per il mondo del lavoro la forma preferita nel campo cattolico? Quella dell’associazione di Azione cattolica, fondata sui suoi due criteri essenziali: selettivo l’uno, gerarchico l’altro, alle dipendenze dirette cioè dell’Autorità Ecclesiastica? Ovvero quella della pura assistenza benefica e religiosa a gruppi di categoria? Ovvero la forma sindacale e confessionale? Ovvero soltanto politica come quella di partito, o economica come quella delle cooperative? Oppure corporativa? Nessuno di questi modelli parve preferibile, nel subito dopo guerra, quando il fenomeno associativo esplodeva da ogni parte nelle forme più disparate.
Fu allora che si pensò alle ACLI, come organizzazione libera e responsabile, aperta all’accoglienza delle masse lavoratrici con la massima larghezza possibile, basata su criteri democratici, non statutariamente collegata con altre associazioni cattoliche riconosciute, ma non priva della dignità, della forza, della vocazione del nome cristiano, ché anzi su questo nome la nuova formazione doveva puntare e far leva, come sulla sua ragion d’essere e come sul titolo superiore della sua autorità nel campo cattolico e della sua inconfondibile peculiarità di fronte alla società e all’opinione pubblica.
Doveva essere cioè un organismo nuovo, di semplice ma piena espressione morale e sociale, articolato con la compagine cattolica non solo da un’identità ideologica, come ora si dice, ma altresì dalla funzione qualificata dell’assistenza ecclesiastica, ma organismo relativamente autonomo e capace di dare ai lavoratori non soltanto la possibilità, ma l’idoneità altresì di esprimersi con loro proprio linguaggio e di allenarsi all’esercizio di loro proprie funzioni. Cioè: l’istituzione delle ACLI fu un grande gesto di bontà e di fiducia della Chiesa verso i lavoratori. Fu uno sguardo amoroso della Chiesa nel cuore del nostro popolo, uno sguardo che non durò fatica a scoprirvi impliciti ma vivi e preziosi tesori di saggezza, di virtù, di capacità, di ordine e di sacrificio, di talento sociale cristiano: e fu un rischio, che chi è padre, chi è maestro conosce e affronta in un dato momento, quando vuole che il figlio impari a camminare da uomo, e che il discepolo diventi maturo a ragionare e a fare da sé. Fu un’intuizione e quasi una preparazione dei tempi nuovi».
Nel corso dei primi anni del suo pontificato Paolo VI dimostra una costante attenzione nei confronti degli aclisti di tutte le età e di ogni settore. 
Così si rivolge ai partecipanti al IX Congresso Nazionale di Gioventù Aclista (Rocca di Papa, 3-5 gennaio1965), in cui si sofferma sulla loro condizione di giovani lavoratori, un titolo di merito perché: «Significa prendere la vita con senso di responsabilità. Essere lavoratore è già un titolo di serietà, è una qualifica rispettabile, anzi un merito ed un onore. Essere lavoratori vuol dire che prendete la vita sul serio, che sapete che cosa è il dovere, conoscete il valore del tempo, del denaro, della fatica».
In un discorso ai lavoratori agricoli di Acli-Terrain occasione della loro V Assemblea Nazionale (Roma, 11-13 marzo1966), Paolo VI dimostra di avere uno sguardo attento anche agli aspetti più concreti della vita dei lavoratoriavendo ben presenti le difficoltà della produzione e della vendita dei beni: «Gli addetti all’agricoltura vanno sostenuti per aumentare la produzione e appoggiarne la vendita, nonché per la realizzazione delle necessarie trasformazioni e mutamenti di metodi come pure per raggiungere un livello equo di reddito, affinché essi non rimangano, come spesso avviene, in condizioni sociali di inferiorità»
Negli anni, nonostante periodi di difficoltà e di momentanee divergenze causate da momenti storici complessi, il legame e l’affetto tra le ACLI e Paolo VI è sempre molto forte. Fino ai nostri giorni e alla grande festa del 14 ottobre 2018, quando viene proclamato Santo da Papa Francesco 

Quel giorno sono tante le bandiere delle ACLI sparse in piazza San Pietro, a testimoniare l’affetto e la riconoscenza per Paolo Montini e la grande emozione poi nel momento dei saluti, quando il Santo Padre Francesco ringrazia gli aclisti, giunti da molte regioni d’Italia per festeggiare il “loro” Papa: «In particolare saluto il folto numero degli appartenenti alle ACLI, rimasti molto fedeli a Papa Paolo VI». 

A cura dell’Archivio Storico Acli Nazionali 

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