La storia di Valentina, Luca, Bianca e del cane Teo non può essere ignorata, anche se le parole rischiano sempre di essere insufficienti.
Loro erano una famiglia fino al 31 agosto.
Una famiglia, precipitata in un abisso, che chiedeva ascolto e supporto nella gestione e nell’accudimento della loro bambina nata con una grava disabilità motoria e cognitiva.
«Da soli non ce la facciamo più». Le parole di disperazione di una mamma e di un papà che si sono arresi alla sofferenza, alla solitudine e alla paura del futuro.
E’ una storia terribile, non è la prima e non sarà purtroppo l’ultima.
Quale elemento, tra i tanti che entrano in gioco in questa drammatica vicenda, avrebbe potuto determinare un epilogo diverso? Quale fondamentale sostegno è venuto a mancare? Quanto spesso le famiglie che vivono situazioni di grave fragilità vengono lasciate sole?
«Nessuno si salva da solo…» impossibile non rievocare il monito tante volte reiterato da Papa Francesco.
Quando il dolore resta solo, l’inclusione diventa una responsabilità di tutti.
Inclusione significa costruire comunità capaci di accorgersi dell’Altro, in questo caso accorgersi di una madre e di un padre che non riescono più a sostenere da soli il “peso” della cura.
Come Acli dobbiamo continuare a porre una domanda alla società e alle istituzioni: chi si prende cura di chi si prende cura?
Servono certamente servizi, sostegni concreti, percorsi di accompagnamento, scuola inclusiva, salute mentale accessibile e reti territoriali. Ma serve una comunità che non si abitui alla solitudine degli altri e che non lascia nessuno solo al momento in cui la vita diventa troppo pesante da portare.
Non possiamo che condividere e impegnarci a intensificare ogni sforzo – in ogni sede – per migliorare l’integrazione dei servizi, per far emanare le norme in discussione e quelle necessarie a dare operatività agli strumenti già in essere, per sollecitare in ogni modo forme di solidarietà e prossimità, e perché la disabilità per nessuno rappresenti un destino di morte.
