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La salute come diritto (davvero) universale

Proseguono le riflessioni e intorno allo smart report curato da Gianluca Budano e David Recchia, in occasione della 70esima Giornata Mondiale della Salute, una ricerca inedita di analisi sugli effetti della pandemia Covid-19 sulle politiche italiane della salute e di welfare.

Dopo l’intervista al Presidente nazionale Anffas, Roberto Speziale e il contributo del ricercatore Valentino Santoni, di Secondo Welfare, con un articolo sul welfare aziendale, vi proponiamo un articolo di Ubaldo Pagano, Deputato e Manager dei servizi socio-assistenziali.

 

 

La salute come diritto (davvero) universale

Nel 1978, la legge 833 istituì il Servizio Sanitario Nazionale ancorandolo a tre principi cardine: l’universalità, l’uguaglianza e l’equità. Il diritto alla Salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione quale diritto individuale inviolabile e, al contempo, bene pubblico essenziale, trovò con quella legge la sua prima realizzazione nell’innovativa organizzazione di funzioni, attività e servizi assistenziali interamente gestiti ed erogati dallo stato.

 

Dopo quarantadue anni da quella grande conquista sociale, attraversate due ampie riforme di riordino e l’epocale crisi economica del 2008, sebbene il Servizio Sanitario Nazionale rappresenti ancora un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, è possibile tracciare un bilancio della sua evoluzione, soprattutto con riguardo agli ultimi anni di significativi cambiamenti.

 

Come giustamente affermato dagli autori di questo report, nell’ultimo ventennio “un mix di esigenze, contingenze e credenze” ha profondamente scosso le fondamenta della sanità pubblica, rappresentandola spesso come un “costo” e orientando la sua evoluzione esclusivamente ai criteri dell’efficienza e dell’economicità. Questa “virata”, che raramente ha tenuto conto del valore intrinseco della salute come bene collettivo, ha reso via, via più fragile il SSN, esponendolo ai gravi rischi di una crisi sistemica. La “Salute”, insomma, ha dovuto piegarsi alle ragioni della cassa, nell’illusione che il nuovo paradigma del libero mercato applicato all’offerta sanitaria potesse sopperire all’arretramento del ruolo pubblico grazie al concorso dei privati.

 

Oggi, l’improvvisa esplosione dell’emergenza epidemiologica e le conseguenti difficoltà della sua gestione sanitaria confermano le tesi di chi, da anni, osteggia tale modello, avvertendo dei pericoli di una sanità depotenziata e tanto diseguale da nord a sud della penisola. In definitiva, questa memorabile crisi ha scoperto le carte, mostrando le debolezze dell’attuale organizzazione, finanziamento e gestione della sanità e spazzando via, in un colpo solo, vent’anni di politiche sanitarie all’insegna del solo principio di contenimento della spesa, nonché la prassi ormai consolidata di disinvestire nei dipartimenti di prevenzione per avvantaggiare le grandi strutture private o semi-private. Ma soprattutto ha svelato la sostanziale mancanza di una visione strategica di lungo periodo della politica sanitaria, volta a rispondere con efficacia e lungimiranza alle trasformazioni della domanda di servizi e prestazioni sanitarie della società di domani.

 

È inevitabile, dunque, che la faglia aperta dal Covid-19 induca a una riflessione approfondita sul futuro del nostro SSN, a partire dalla validità dei programmi operativi di riorganizzazione, di riqualificazione, di “potenziamento” (sic!) imposti ai sistemi sanitari regionali per ottemperare alle note esigenze di spending review degli ultimi 20 anni. Ossia, dei cosiddetti “Piani di Rientro”, da cui è dipesa sia la costante riduzione delle capacità operative sul fronte ospedaliero, distrettuale e della prevenzione, sia la graduale diminuzione del numero di medici e infermieri in molte Regioni, soprattutto del sud Italia. Un sistema distorto che, mentre continuava a favorire l’ingresso del privato nel sistema della sanità al settentrione, ha impoverito sempre di più i SSR meridionali, alimentando il fenomeno della mobilità sanitaria da sud verso nord, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di pagamento di servizi e prestazioni sanitarie in favore delle regioni più attrattive. Un circolo vizioso che denunciamo da anni e che permette il  trasferimento di quasi 5 miliardi annui dalle regioni più povere a quelle più ricche e più attrezzate. In breve: un metodo privo di logica, che invece di redistribuire le risorse consentendo ai SSR più indietro di ridurre il gap con le sanità all’avanguardia, riesce nella paradossale impresa di dirottare risorse dove già ci sono e di sottrarle a chi invece ne avrebbe bisogno.

 

Tirando le somme, quindi, ripensare il futuro della sanità nel nostro Paese vuol dire, innanzitutto, tacere una volta per tutte l’idea che la salute sia solo un costo sacrificabile sull’altare dell’equilibrio dei conti pubblici; in secondo luogo, restituire al pubblico un ruolo di indiscutibile centralità nell’offerta sanitaria, attraverso un corposo piano di investimenti per proiettare il Servizio Sanitario Nazionale alle esigenze dei prossimi cinquant’anni. Tradotto, significa tornare a garantire il pieno rispetto dei principi cardine dell’SSN, l’universalità, l’uguaglianza e l’equità  che , ad oggi, non trovano più riscontro nella realtà.

Il primo passo da compiere in tal senso è individuare i fabbisogni standard dei servizi sanitari per garantirne l’erogazione uniforme su tutto il territorio nazionale. Solo così sarà possibile mettere le Regioni più sofferenti nelle condizioni di potersi rilanciare, fino ad assicurare un’offerta sanitaria coerente con gli standard nazionali. Chiaramente, questo processo dev’essere accompagnato da un’adeguata ridefinizione del riparto del Fondo Nazionale che tenga finalmente conto delle gravi disparità tra nord e sud del Paese e che funga da strumento compensativo per i territori più svantaggiati. Una volta definito questo riequilibrio, sarà fondamentale ridisegnare l’offerta sanitaria: sia in termini organizzativi, puntando sul potenziamento delle reti di medicina territoriale e sull’integrazione di queste ultime con gli altri servizi e prestazioni sociali offerti dallo stato; sia in termini di intervento, investendo sullo sviluppo delle buone pratiche di diagnosi e prevenzione della malattia. Tutto ciò, senza necessariamente escludere il concorso dei privati; piuttosto, integrando la loro azione  a quella pubblica, assicurandosi che le prestazioni offerte dai privati rispettino dei livelli minimi standard.

 

In conclusione, questa crisi ha mostrato in tutta la sua drammaticità i limiti dell’attuale concezione della salute pubblica.

Quella che abbiamo davanti sarà una stagione di radicali cambiamenti. Sarebbe ingenuo credere che questo processo non travolga anche la gestione della sanità.

Se non ricominceremo a pensare alla Salute come diritto davvero universale, uguale ed equo, saremo prima o poi costretti a rivivere l’incubo degli stessi errori.

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