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La precarietà esistenziale ai tempi del Covid-19

Tra la narrazione di una esperienza personale forte e un commento professionale, i contributi attorno allo smart report curato da Gianluca Budano e David Recchia, si arricchiscono di una visuale diversa dove la stessa professionalità è condizionata dalla realtà. Un esperimento utile, di realismo, che iniziamo pubblicando l’articolo della Dott.ssa Mariangela Perito, dirigente delle Acli di Avellino e psicologa, pubblicato da Quaderni di Telos e rivisitato per il nostro sito

LA PRECARIETÀ ESISTENZIALE AI TEMPI DEL COVID-19

Il tempo sospeso

Molte persone in questo periodo stanno vivendo esperienze uniche nella loro concretezza e simili nell’emotività, momenti contraddistinti da paura soverchiante e attese infinite. All’inizio del dilagare di questo virus e delle misure restrittive in corso, da clinica, ma anche da persona “costretta” all’isolamento, mi chiedevo quali e quanto potenti potessero essere i risvolti in termini psicologici ed emotivi di un simile cambiamento, l’adattamento a nuovi spazi, a nuovi ritmi, a diverse e nuove modalità relazionali, insomma svariati e mutevoli cambiamenti, che se non accompagnati da una crescente flessibilità psicologica, avrebbero creato disagio, frustrazione e, in alcuni casi, psicopatologia. Tutti noi, in particolare coloro che erano abituati ad una vita fenetica e in movimento, siamo stati catapultati in una nuova dimensione, alienati dalla nostra vita precedente, confinati nella maggior parte dei casi in spazi ristretti, bene conosciuti, ma forse mai pienamente vissuti e con una quantità di tempo a disposizione “illimitata”. Confini ristretti e tempo illimitato, in altri miei studi mi sono interrogata sul concetto di tempo e di spazio, ed in particolare sulla relatività di questi concetti in ambienti angusti e forzati, come quello del carcere. In ambito penitenziario ho potuto osservare, come il tempo è completamente annullato, il detenuto ha una quantità infinita di tempo a disposizione, di cui però non sa che farsene, ed allora questo tempo deve essere “risignificato”; queste dimensioni del tempo e dello spazio, come contenitori vuoti da dover essere riempiti, rappresentano in parte la dimensione in cui tutti noi siamo stati catapultati, condizione che ci ha messo di fronte ad un grande compito, quello di “ridare valore al tempo”. Nell’atteggiamento di molti ho notato un desiderio spasmodico di voler riempire a tutti costi ed in ogni modo il tempo, dove non sono comparsi fenomeni di depressione o apatia, in alcuni casi, è emersa la logica “del fare”, tutti impegnati a costruire, fare, disfare, inventarsi nuovi passioni, hobbies, a volte tutto ciò per evitare di pensare. Questo, se certamente da una parte fa bene allo spirito e al fisico, dall’altra in realtà può stancarci e non riportarci all’idea originaria che era quella di dare valore al tempo, scoprendo il nostro vero Sé e non semplicemente occupare il vuoto. Personalmente, nella mia dimensione domestica e familiare, non mi sentivo poi così tanto “costretta”, ho ritrovato vecchi oggetti del passato, ho scoperto di avere cose che non pensavo di possedere, facevo tesoro dei lunghi momenti di pausa, da un pensiero ripetitivo e costante, quasi sempre centrato sull’azione. In cuor mio però, non ho mai percepito il virus come qualcosa di esterno, appartenente ad altri e non a me. Pur vivendo in un clima familiare per niente ansiogeno ai limiti dell’evitante, in cuor mio sapevo che potevamo effettivamente entrare in contatto diretto con il virus. Non voglio qui, dilungarmi rispetto le mie vicende personali, ma penso che parte della mia comprensione autentica del fenomeno che stiamo vivendo, sia dovuto anche dall’esperienza da me vissuta. Sono passati circa cinquanta giorni dall’inizio di tutto, ma sono rimasti impressi nella mia mente, come se fosse ieri, gli accadimenti vissuti. Una sera, ricordo erano le 19.00, stavo lavorando al computer, mi squilla il telefono, vengo a sapere di un amico con cui io e la mia famiglia eravamo stati a contatto, è stato intubato. Sgomento, panico, tristezza hanno accompagnato quel momento, ricordo, rimasi senza parole, nel vero senso del termine, sia per la tristezza della notizia, sia perché adesso la possibilità di avere contratto il virus si faceva molto più chiara e concreta. Da quel giorno in poi siamo stati a stretto contatto con l’ASL, le Istituzioni e i divieti comunali. Chi è stato in contatto con una positiva, lo sa bene, sono arrivati subito i vigili urbani che ci hanno detto che da quel giorno in poi, perché a contatto con una persona risultata positiva, avremmo dovuto seguire un periodo di isolamento, precisamente tre settimane, ci avvisano anche che se entro quindici giorni non avessimo manifestato i sintomi “ben noti” del coronavirus, non avremmo sviluppato più la malattia e la nostra quarantena sarebbe finita. Di lì in poi quasi come una profezia che si auto-avvera, è tutto precipitato e anche gli stati d’animo esperiti sono stati mutevoli, ma sempre dominati dalla precarietà e angoscianti in tutto il loro divenire. Ed allora, in una situazione che definirei di “sopravvivenza”, soprattutto per lo stato emotivo vissuto, ci siamo scontrati con concetti quali vulnerabilità e finitezza; a quel punto le emozioni spiacevoli, dovute all’isolamento forzato, quali la noia, la nostalgia di uscire, il dovere, che a volte diviene necessità psicologica, di andare a lavorare, venivano sopraffatti dal desiderio di avere la certezza o la dis-conferma da altri della malattia e, dalla paura di non farcela. Appena ho osservato comparire i primi sintomi sulle persone a me care, dentro di me sapevo che il virus si era impossessato di noi, ma era troppo difficile dirselo e accettarlo. Uso questo termine “impossessato” perché è proprio così che ci si sente, in balia di qualcosa di più grande di te, che non puoi controllare, qualcosa di inspiegabile, per cui nessuno ha ancora una cura precisa. Fino all’esito del tampone mantenevo però, sempre viva dentro di me una piccola speranza, la preoccupazione maggiore era per i miei cari, ero così concentrata in quel momento sul dolore anche fisico degli altri, che nei primi giorni di sofferenza, mi ero proprio dimenticata di me. Adesso, con il senno di poi, ricordo che già quando arrivò la telefonata dall’ASL, che ci informava che eravamo stati in contatto con un positivo, nel mio corpo già iniziavo ad avvertire dei sintomi mai sperimentati e neanche inizialmente diffusi; avevo vertigini, capogiri, all’esterno comunicavo questa sensazione dicendo che sentivo come se l’aria entrasse da un orecchio ed uscisse dall’altro, poi le mani e le gambe si addormentavano facilmente e sul mio viso avvertivo la sensazione di gonfiore e di addormentamento: tutto è iniziato così. Dopo tre giorni dalla somministrazione del tampone, riceviamo la diagnosi, era quella che non volevamo sentire, ma che in fondo già conoscevamo. Sono trascorsi molti mesi dalla nostra positività, ma sono consapevole di come abbia vissuto questo tempo come “sospesa”, forse anche per difendermi dal dolore sperimentato. Ho quasi annullato il tempo passato, infatti il tempo non significato, ma vissuto nell’attesa, sarebbe dovuto essere infinito nella mia percezione, invece è sembrato essere rimasto bloccato nel lì e allora. Appena arrivata la diagnosi il buio totale, anche “noi” rientravamo nella casistica di persone malate di coronavirus, può sembrare strano, ma proprio il mio pessimismo in questa circostanza, penso mi abbia salvata dal chiedermi “perché proprio a me” e conseguentemente aiutata in questo percorso.

Dopo la diagnosi: dall’incertezza all’accettazione

Al di là dell’etichetta diagnostica ricevuta, della sofferenza dovuta alla condizione di salute mia e dei miei cari, la cosa peggiore, ma fondamentale quel giorno in cui è arrivata la diagnosi è stata chiamare il 118 per mio padre, che per la sua condizione aveva bisogno di essere ricoverato. Penso che una delle determinanti più drammatiche che caratterizza questa epoca storica ed in particolare la specificità del tempo del Corona Virus, sia proprio l’allontanamento forzato dai propri cari. È stato un momento indimenticabile per me: sono arrivati gli infermieri equipaggiati, vestiti “da uomini dello spazio” e senza dire parole o chiedere niente si sono portati via papà. Ricordo come se fosse ieri, che mio padre mi ha guardato velocemente e mi ha abbracciato dicendomi “ci aggiorniamo”, questo gesto è stato accompagnato solo da uno sguardo veloce, ma compassionevole verso mia madre, non potendo fare altro per il rischio contagio. Mi ha colpito la fugacità di quel momento e l’apparente freddezza degli operatori sanitari. D’altronde io non potevo vedere bene i loro occhi, dato tutto l’equipaggiamento e questo sicuramente rende più difficile avere un contatto emotivo con l’altro, freddezza dietro cui immagino, si nascondevano emozioni quali la paura, ma anche la rabbia per essere lì in quel momento. Sappiamo sicuramente, quanto il processo diagnostico in medicina, in psichiatria, in psicoterapia sia importante, ma penso che attribuire un’etichetta ad una persona ci fa anche appiattire lo sguardo verso “l’altro”, non facendoci cogliere le singolarità e le specificità di quella persona. Penso che questo sia un elemento peculiare e drammatico di questa condizione patologica, che fa ritornare quasi agli anni 80 quando la società era dominata dall’HIV. Questa è un po’ la condizione che caratterizza tutte le malattie infettive, in particolare questa, che è ad alto rischio di contagiosità: c’è “il curante”, colui che si immola per l’altro, e non può oltrepassare il limite e per questo sta a debita distanza, e poi c’è “l’ammalato”, che in tale frangente, si sente quasi colpevole, almeno a me così è capitato, sia per il rischio di contagiare i propri cari, sia per il rischio di contagiare colui che aiuta. E poi c’è il vuoto, la solitudine estrema. Oggi più che mai, le persone che ci curano sono chiamati “eroi” e questa è una verità indiscutibile, diverso è salvare il mondo, stando a casa, magari sul divano a mangiare patatine, diverso è salvare vite umane in corsia, scontrarsi con un nemico che non si conosce, ma dal punto di vista psicologico per gli ammalati, per i parenti degli ammalati una delle sensazioni peggiori è vedere la persona trattata come un paziente infetto, e non nella totalità della sua sofferenza. L’ammalato diviene un numero, privato dei suoi affetti, dei suoi oggetti personali e simbolici, allontanato dai suoi cari, proprio nel momento in cui il contatto emotivo diviene fondamentale. In quel momento tutte le sensazioni legate alla precarietà e all’incertezza si fanno concrete. Paura, solitudine, incertezza, contatto con il vuoto, in quell’istante in cui una persona viene portata via, non si sa più quando la si rivedrà di nuovo e, di fronte ad un virus così sconosciuto, quanto letale, neanche il più inguaribile ottimista può avere la consapevolezza di quel che accadrà. Tutta questa condizione è caratterizzata da precarietà. La precarietà sperimentata porta al senso di impotenza, alla paura di perdere sicurezza; la paura può portare a regredire a sensazioni ed emozioni già sperimentate nella prima in infanzia, quando si era dipendenti dall’ambiente, quello familiare. Nell’adulto la precarietà genera dipendenza dall’ambiente è come se non si percepisse più la capacità di incidere su di esso, o fossero vani gli sforzi di riuscirvi. Io per un lungo periodo mi sono sentita “alienata” dal tempo e dallo spazio, la mia attenzione era concentrata sul sintomo fisico e sulle telefonate che arrivavano dall’ospedale, l’angoscia primaria era diventata “avere la certezza” che tutto andasse bene, certezza che impari a trasformare con il tempo in una più sana consapevolezza dell’incertezza. Al di là dei fatti avvenuti, delle attese ancora in essere, delle speranze mai sopite, nel tempo sospeso, penso si possa imparare a ricostruire il tempo della lentezza, dell’accettazione, della consapevolezza della vulnerabilità. Un concetto fondamentale, seppur arcaico, ma profondamente attuale, che mi ha aiutato in questo tempo è la Negative Capability di cui parlava Keats nel 1817, descrivendola come la capacità di stare nel dubbio, nell’incertezza, senza l’impazienza di correre dietro ai fatti, alla ragione a discapito dell’emotività e viceversa. Questo termine descrive una capacità umana di contenimento, cioè la capacità di tollerare e convivere con ambiguità e paradossi, di essere in grado anche di tollerare mezza risposta, di tollerare l’ansia e la paura. Significa entrare in relazione con ciò che muta e ci terrorizza senza cedere al pressante istinto a reagire, tutto ciò significa tollerare una perdita di sé e sostenerla. Ed è proprio ciò a cui tutti noi impreparati ci troviamo ad affrontare in questo momento, in modi e tempi diversi; tutti noi abbiamo perso qualcosa di noi stessi, qualcosa, di reale o fantasmatico che però possiamo ritrovare nel tempo dell’attesa, non correndo o avendo fretta, non inseguendo le emozioni spiacevoli che ci accompagnano, ma ritrovando e praticando i valori che ci sono propri. La capacità negativa, se praticata seriamente, mette a contatto l’individuo con ciò che Keats chiama The Unknown, ciò che non si conosce, ciò che è di là da venire, che può essere colto solo da un’intuizione: “Volontà di rendersi Vulnerabili”. Rimanere aperti per accogliere la vita, senza avere la pretesa di averlo deciso prima.

 

Nelle scorse settimane abbiamo pubblicato l’intervista al Presidente nazionale Anffas, Roberto Speziale, il contributo del ricercatore Valentino Santoni di Secondo Welfare, l’articolo di Ubaldo Pagano,  l’approfondimento del Prof. Vincenzo Frusciante,  la riflessione dell’on. Paolo Siani,  l’intervista al Prof. Saverio Cinieri, l’editoriale di Francesco Strippoli l’intervista a Filippo Anelli

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