Tagli alla sanità. L’esempio emblematico della regione Puglia

Proseguono le riflessioni e intorno allo smart report curato da Gianluca Budano e David Recchia, in occasione della 70esima Giornata Mondiale della Salute, una ricerca inedita di analisi sugli effetti della pandemia Covid-19 sulle politiche italiane della salute e di welfare.

 

Tagli alla sanità. L’esempio emblematico della regione Puglia*

a cura di Francesco Strippoli – giornalista del Corriere del Mezzogiorno

 

Si è detto spesso nei giorni drammatici per gli ospedali: tutti in Puglia hanno tagliato sulla sanità. L’ha fatto Raffaele Fitto, Nichi Vendola e infine Michele Emiliano. È vero ma dirlo senza cognizione di causa assomiglia al vaniloquio. È utile riepilogare fatti e circostanze e trarne qualche conclusione. Una la possiamo anticipare: quando a Bari si impugnano le forbici, è Roma a guidare la mano. La sanità, infatti, non appartiene alle Regioni ma è materia concorrente: lo Stato detta le norme di cornice e le Regioni quelle di dettaglio. Certo non fanno tutto da sole.

Veniamo alla storia. Fitto è eletto presidente nel 2000 ed eredita una Puglia sull’orlo del default. Per questo e per riorganizzare un sistema sanitario decrepito (senza 118, rianimazioni, neurochirurgie, oncologia) mette mano al sistema. La Puglia chiude il bilancio della sanità di quell’anno con un deficit di 1.163 miliardi di lire, oggi 580 milioni di euro, una cifra. Con il suo assessore al Bilancio, Rocco Palese, fa tre cose: la prima è la famosa legge 28 del 2000 che dispone il blocco di ogni acquisto e di ogni assunzione a tempo indeterminato che non siano preventivamente autorizzati dalla giunta (c’erano 1.600 dipendenti dei quali non c’era copertura finanziaria, incredibile a dirsi). È una misura provvisoria ma che avrà conseguenze molto serie, come vedremo. Poi Fitto riconverte a strutture di lungodegenza 22 vecchi ospedali. Cioè li chiude, giacché toglie loro la classificazione di ospedali. Avere molte strutture non assicura efficienza nelle cure, questo il presupposto. Ne è convinta anche la sua opposizione di centrosinistra che però predica l’accordo con i sindaci interessati e tempi lenti di attuazione. Fitto decide per la rapidità (scelta che gli nuocerà sul piano elettorale).

Terza operazione: Fitto si rifornisce di liquidità per coprire la voragine nei conti della gestione delle 55 ex Usl (ora le Asl sono sei). Come? Con un prestito obbligazionario da 870 milioni perché nel frattempo le nuove disposizioni del titolo V della Costituzione consentono alle Regioni di indebitarsi solo per investimenti. Per pagare i debiti occorre rifornirsi sul mercato finanziario. Il «bond» viene incoraggiato, avallato e controfirmato dall’allora ministro del tesoro, Giulio Tremonti. È il tempo della finanza creativa e dei contratti derivati. Succederà in molte Regioni italiane e si rivelerà un rischio pauroso. La Puglia riesce solo dopo qualche anno, anche grazie ad un’inchiesta penale, a liberarsi dal giogo che le era stato caricato addosso da quel bond per via di banchieri senza scrupoli. Ma questa è un’altra storia. Con la Finanziaria dello Stato, ministro ancora Tremonti, nel 2005 si stabilisce che il costo del personale della pubblica amministrazione e della sanità non possa essere superiore al costo del 2004, decurtato dell’1,4%. Solo che la Puglia nel 2004 subiva ancora gli effetti del blocco di assunzioni deciso pochi anni prima. Le viene scattata una fotografia mentre è debole e smagrita. Quella foto sarà la misura della dotazione di personale per tutti gli anni a venire. Ma lo decide Roma.

Nel 2005 arriva Vendola (ricordiamoci l’anno). Il nuovo presidente – con il risanamento finanziario avviato e un approccio politico diverso dal predecessore – decide di allargare la borsa. Ogni anno la sua giunta spende per la sanità più di quello che lo Stato assegna alla Puglia con il Fondo sanitario nazionale. Le Asl vanno in deficit ma il disavanzo è colmato (per svariate centinaia di milioni di euro) con il cosiddetto bilancio autonomo. Cioè risorse regionali. Tutte le Regioni lo fanno. Ma la Puglia infrange una regola: quella sul patto di stabilità (relativo al bilancio autonomo). Le norme misurano la «giustezza» del bilancio in riferimento alle uscite del 2005. Solo che il 2005 è anno di «bassa spesa» per il passaggio di amministrazione tra Fitto e Vendola. Dunque la Puglia infrange il Patto di stabilità perché (nel 2008 e 2009) spende più di quel che aveva speso nel 2005. La sanzione si scarica sulla sanità, ossia la causa dello sfondamento del bilancio autonomo. La Regione è costretta dal governo ad un draconiano Piano di rientro dal deficit (delle Asl) per il triennio 2010-2012. Lì matura la costrizione di tagliare la spesa (correggere il disavanzo per 450 milioni di euro), fare a meno di 2.200 posti letto, eliminare una ventina di piccoli ospedali. Per capire quanto dolorosa e controversa sia la decisione va ricordato che l’allora assessore alla sanità, Tommaso Fiore, si dimette dalla giunta perché chiede inutilmente a Vendola di disubbidire a Roma e ingaggiare contro il governo una battaglia legale davanti ai giudici amministrativi e costituzionali.

Arriva Michele Emiliano ed eredita il Piano operativo (prosecuzione più lieve e vigilanza attenuata del Piano di rientro). Non deve far fronte alle ingombranti decisioni dei predecessori, ma si deve confrontare con un altro totem imposto da Roma. Ora si chiama decreto Balduzzi (è il dm 70 del 2015). Stabilisce minuziosamente come debba essere composto ogni reparto e quanti letti debba avere. E se ne ha uno di meno deve chiudere ed essere accorpato ad altri. Anche qui tagli e «riconversioni» di strutture, cioè chiusure di ospedali piccoli perché siano destinati ad altro.

Ultima annotazione. Con la legge 662 del 1996 per la distribuzione del Fondo sanitario nazionale si elimina la quota capitaria (tot abitanti, tot soldi) e si introduce la «quota pesata». La distribuzione è corretta con il parametro dell’anzianità della popolazione, perché gli anziani costano di più. Chi ha popolazione anziana (il Nord) incassa di più. Dal ’96 ad oggi è stato calcolato che l’Emilia Romagna, a sostanziale parità di popolazione, ha incassato 9 miliardi più della Puglia. Come si dice, non sono noccioline e la distanza dal Nord deriva pure da questo.

Conclusione: la Puglia ha tagliato ma le forbici sono state impugnate a Roma, in tempi in cui il risparmio è un dogma imprescindibile. Lo si deve sapere non per assolvere la nostra classe dirigente, ma per poterla giudicare con equilibrio. Se poi la sanità debba essere materia da conservare nelle mani dello Stato o condividere come ora con le Regioni, questa è materia da dibattere nei prossimi mesi. Lo si dovrà fare con rigore.

*Articolo già pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno

 

Nelle scorse settimane abbiamo pubblicato l’intervista al Presidente nazionale Anffas, Roberto Speziale, il contributo del ricercatore Valentino Santoni di Secondo Welfare, l’articolo di Ubaldo Pagano,  l’approfondimento del Prof. Vincenzo Frusciante,  la riflessione dell’on. Paolo Siani e l’intervista al Prof. Saverio Cinieri.