A Roma, durante il 1° Simposio internazionale promosso da ICMC nell’ambito del progetto Future of Work, Labour after Laudato Si’, le ACLI hanno portato la propria esperienza: quella di chi costruisce democrazia dal basso, attraverso i circoli, le sedi, le campagne, i progetti nei territori.
Raffaella Dispenza, vicepresidente nazionale, ha presentato il modello ACLI di partecipazione sociale per il lavoro: un’azione anche di democrazia collettiva che nasce nei territori, nei circoli, dalla prossimità alle persone, in particolare alle più vulnerabili, e che crede nella loro capacità di cambiare le cose.
“Climate and Environmental Change and the World of Work — Setting the Paths for Just Transitions” è il titolo del Simposio che si è svolto dal 16 al 18 giugno a Roma e che rientra nella terza fase del progetto Future of Work, Labour after Laudato Si’ (FWLS), promosso dall’International Catholic Migration Commission (ICMC) con il sostegno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e la collaborazione di numerosi soggetti cattolici, ecumenici, sindacali, accademici e sociali, tra cui anche le ACLI. Il Simposio inaugura un ciclo di tre appuntamenti internazionali dedicati alla giustizia sociale nel mondo del lavoro, che proseguirà con un focus sulla filiera alimentare e sul lavoro dignitoso e, nel 2027, sulle trasformazioni tecnologiche e l’impatto dell’intelligenza artificiale.
L’obiettivo dell’evento non è semplicemente produrre un documento programmatico, ma avviare un processo di discernimento sociale comune sulle “transizioni giuste”, mettendo in dialogo la Dottrina sociale della Chiesa, il mondo del lavoro, le esperienze delle comunità locali e le prospettive interreligiose. Il metodo adottato, il Common Social Discernment, intreccia dialogo sociale, metodo “vedere-giudicare-agire”, discernimento ignaziano, processo sinodale e dialogo interreligioso. I partecipanti — circa quaranta rappresentanti di organizzazioni cattoliche, sindacati, datori di lavoro, movimenti popolari e mondo accademico — saranno chiamati a leggere insieme i segni dei tempi, condividere pratiche già in atto e individuare piste comuni di azione.
Il tema di fondo è la convinzione, maturata nel percorso FWLS, che“care is work, work is care”: la cura delle persone, delle comunità e della casa comune è lavoro a pieno titolo, e ogni lavoro autenticamente umano deve incorporare una dimensione di cura. In questa prospettiva, la crisi climatica non viene trattata come questione separata dal lavoro, ma come una trasformazione che incide su occupazione, protezione sociale, diritti, migrazioni, disuguaglianze e pace. I documenti preparatori ricordano che 1,2 miliardi di posti di lavoro dipendono da ecosistemi sani, mentre miliardi di persone restano prive di protezione sociale proprio nei contesti più esposti agli effetti del cambiamento climatico.
Il Simposio si articola attorno a tre assi strategici. Il primo riguarda la crescente convergenza tra giustizia ecologica e giustizia sociale: una transizione climatica che non tenga conto delle disuguaglianze rischia di aggravare esclusione, precarietà e conflitti. Il secondo asse riguarda la promozione congiunta della cura dell’ambiente e della società, valorizzando il lavoro di cura, spesso invisibile e femminile, ma anche le pratiche educative, comunitarie, agricole ed ecologiche che sostengono la vita quotidiana. Il terzo asse affronta il nodo del bene comune nelle industrie estrattive, con particolare attenzione ai minerali critici, al lavoro informale, alla tutela delle comunità indigene, alla trasparenza delle filiere e alla distribuzione equa del valore generato.
Il percorso preparatorio si è fondato su tre consultazioni online — dedicate al mondo del lavoro, alle voci dalle periferie e alle prospettive interreligiose — e sull’analisi di oltre cento fonti internazionali, tra rapporti ILO, ONU, OCSE, Banca Mondiale, testi della Dottrina sociale della Chiesa e testimonianze dirette. Tra le esperienze richiamate figurano i cartoneros argentini organizzati in UTEP, i lavoratori delle piattaforme digitali in India, i pescatori migranti filippini accompagnati da Stella Maris, le iniziative giovanili in Perù, i programmi di educazione ambientale nelle scuole cattoliche brasiliane, le comunità del Pacifico minacciate dall’innalzamento dei mari e le popolazioni colpite dall’estrattivismo in Africa e America Latina.
Per le ACLI, il Simposio rappresenta un’occasione rilevante per contribuire a un’agenda internazionale che tiene insieme lavoro dignitoso, giustizia climatica, partecipazione democratica, protezione sociale e cura del creato. L’evento intende rafforzare reti tra attori ecclesiali, sociali e del lavoro, dare voce alle periferie e produrre una roadmap condivisa per trasformare esperienze locali in iniziative comuni di advocacy e azione. In un tempo segnato da crisi ambientale, innovazione tecnologica, disuguaglianze e nuove forme di precarietà, il messaggio centrale è chiaro: non può esserci transizione ecologica senza giustizia sociale, né futuro del lavoro senza dignità, cura e bene comune.
Il simposio si è chiuso con un impegno condiviso tra le organizzazioni partecipanti: promuovere i diritti di chi è più fragile, fare advocacy dal locale all’internazionale, valorizzare giovani e donne come agenti di cambiamento, e mantenere uno sguardo interculturale e interreligioso.










