di Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale delle Acli
Il titolo, non originale, vuole sottolineare l’importanza della festa e dell’impegno per avere un lavoro decente per tutti. La parola lotta vuole invece sottolineare la protesta dei lavoratori uniti per ottenere condizioni di lavoro accettabili a partire, storicamente, dalla lunga attesa delle otto ore giornaliere.
La parola lotta oggi stona, stona in un mondo che sembra in perenne conflitto, un mondo che vede la sola forza come ragione per far soccombere le ragioni dell’altro (e anche l’altro se riesce). Lotta non è più sinonimo di vicinanza, dello stringersi insieme compatti per impattare di più sull’opinione pubblica, fare pressione sulla politica ed ottenere ascolto dagli imprenditori.
Lotta rischia di avere un’accezione negativa, per questo suggerisco che la parola più adatta oggi possa essere solidarietà. Quella solidarietà politica, economica e sociale a cui anche la nostra Costituzione ci chiede di adempiere sin dall’art. 2.
Solidarietà come sinonimo di lotta e forse anche di più.
Oggi manca la solidarietà, non come accezione buonista ma come fondamento alla democrazia, la nostra appunto fondata sul lavoro. Senza solidarietà tutto rischia di rimanere sterile, scollegato, niente nasce. Se tutti veniamo messi in competizione l’uno contro l’altro non ci sarà crescita ma soltanto l’attesa di un vincitore.
Oggi vincono i grandi capitali, oggi vincono le rendite finanziarie sul reddito da lavoro. Se guardiamo alla struttura dell’economia contemporanea, è difficile negare che il peso del lavoro umano si sia progressivamente ridotto rispetto a quello delle rendite e della finanza. Una parte crescente della ricchezza si genera non attraverso la produzione, ma tramite meccanismi di speculazione finanziaria, transazioni valutarie (legali o virtuali/crypto), valorizzazione patrimoniale e accumulazione immobiliare. Questo produce un effetto ben preciso: le disuguaglianze si amplificano. Chi possiede già capitali rilevanti ha strumenti sempre più efficaci per accrescerli, mentre chi vive di reddito da lavoro fatica a tenere il passo. In questo quadro, la ricchezza smette di essere un motore diffuso di benessere e tende a diventare un moltiplicatore dei margini per pochi.
Le diseguaglianze creano confini lontani tra chi può permettersi una vita agiata e chi non può sopravvivere dignitosamente pur lavorando. E fioriscono le iniquità, come amava chiamarle Papa Francesco.
L’iniquità porta le persone ad essere in competizione per poter racimolare qualche briciola di pane che casca accidentalmente dal tavolo di un qualsiasi ricco Epulone. Genera insicurezze e agita conflitti tra chi invece ha bisogno di solidarietà. Non la solidarietà dall’alto verso il basso ma un riconoscimento reciproco, trovare la misura del giusto, dell’equo che basta alla crescita di tutti.
Quando parliamo di solidarietà, non solo dei e tra i lavoratori ma dell’intera società, dobbiamo fare un ragionamento sulla tassazione. Non si tratta di colpire il risparmio o il patrimonio familiare costruito con il lavoro, ma di tassare le rendite improduttive, quelle basate sull’accumulazione speculativa.
Le tasse non sono un “pizzo di Stato”. Sono lo strumento fondamentale con cui si finanziano i servizi pubblici, la sanità, l’istruzione, il welfare, l’orientamento al lavoro e gli strumenti per favorire l’occupazione. Il vero nodo è semmai quello dell’equità fiscale. Se si chiede un contributo ai cittadini, questo deve essere proporzionato e giusto.
Non voglio sottolineare le difficoltà del mercato del lavoro oggi, l’incapacità di questo o quel governo di avviare processi di sviluppo industriale. Non voglio mettere il dito nella piaga delle retribuzioni basse che restano al palo nonostante un’inflazione che corre legata più alle speculazioni che non all’economia reale. Le questioni del lavoro sono tante se pensiamo alla sicurezza, all’incapacità di coinvolgere i più giovani, ad una scuola che deve ancora fare tanta strada per formare nel miglior modo competenze spendibili. Vorrei soffermarmi sulla parola solidarietà nel senso più pieno collegato al lavoro. Creare alleanze che vadano oltre il confine di modelli novecenteschi.
Alle sfide grandi del nostro tempo dobbiamo saper rispondere con più solidarietà tra pubblico e privato, tra privato e privato sociale, tra sindacati e associazioni datoriali. Far crescere i salari, creare opportunità, eliminare disparità, far lavorare le persone in un ambiente dignitoso, vincere la sfida sulla IA, su di una globalizzazione che schiaccia il più debole. Tutto questo si può fare.
Solidarietà vuol dire anche investimenti pubblici, obbiettivi comuni, alzare l’asticella dei diritti, dell’inclusione, favorire una tassazione equa che sia orientata più a colpire le speculazioni rispetto a chi crea ricchezza e benessere condiviso.
Il Primo Maggio sarà una festa e tutti saremo invitati: precari, rider, immigrati sfruttati, partite iva, giovani expat, tirocinanti e lavoratori al nero. Tutti saremo alla festa se ognuno potrà sedersi insieme, l’uno difronte all’altro.
Una storia africana racconta bene cosa è l’inferno e cosa è il paradiso. Due stanze, una uguale all’altra. Con una tavola imbandita di ogni prelibatezza e tanti commensali intorno. Inferno e Paradiso sono uguali. Ad ogni commensale è data una forchetta lunga un metro. Nell’inferno regna l’individualismo e nessuno riesce a mangiare, nessuno riesce a portare il cibo alla bocca, ognuno lotta per farlo ma non riesce ed è costretto a morire di fame. Nel paradiso i commensali, sempre con una forchetta di un metro, si aiutano reciprocamente. Ognuno con la propria forchetta nutre un altro e sono sempre sazi.
La solidarietà è ciò che crea coesione sociale e ci fa essere una democrazia matura.
Allora: Buon Primo Maggio di festa e di solidarietà.










