Detenuti con dipendenze, Acli: bene la riforma, ma senza risorse, personale e controlli il diritto alla cura resterà sulla carta

L’approvazione definitiva da parte della Camera delle modifiche al Testo unico sugli stupefacenti, in materia di detenzione domiciliare per i detenuti con dipendenze da sostanze o da alcol, rappresenta un passaggio importante per il sistema del recupero e per la tutela delle persone che vivono una condizione di dipendenza patologica.

«Consentire l’accesso a programmi terapeutici e di comunità significa restituire centralità alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale – dichiara Mariangela Perito, referente Legalità delle ACLI –. È una scelta coerente con l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, e con l’articolo 32, che riconosce la salute come diritto fondamentale della persona. Prevedere modalità differenziate di esecuzione della pena per chi convive con una dipendenza significa anche riconoscere che una persona non può essere identificata soltanto con il reato commesso».

La riforma, tuttavia, non può tradursi in un semplice trasferimento dal carcere a un’altra struttura. Senza un percorso terapeutico reale, individualizzato, verificato e adeguatamente sostenuto, la nuova misura rischia di rimanere soltanto sulla carta. I numeri mostrano con chiarezza la portata del problema. La platea potenzialmente interessata supera le 22mila persone, mentre la capacità ricettiva complessiva delle comunità terapeutiche si ferma a circa 13.276 posti letto, il 97,51% dei quali è gestito da strutture private. Un divario che non può essere colmato attraverso le sole dichiarazioni di principio.

«A queste cifre – prosegue Perito – si aggiungono criticità strutturali che conosce bene chi vive quotidianamente il carcere: una magistratura di sorveglianza già sovraccarica, chiamata a valutare e monitorare un numero crescente di casi; organici insufficienti tra i funzionari giuridico-pedagogici; Ser.D. che non dispongono sempre del personale necessario per costruire e seguire percorsi individuali complessi. Senza un rafforzamento di questi presìdi, il programma terapeutico rischia di diventare un’etichetta e non una concreta opportunità di recupero».

Le ACLI richiamano inoltre l’attenzione sul ruolo delle comunità accreditate, che coprono quasi interamente l’attuale disponibilità di posti.

«Il privato sociale e il Terzo settore possono e devono offrire un contributo fondamentale nella cura delle dipendenze, come facciamo anche noi attraverso le nostre esperienze associative e territoriali. Questo impegno, però, non può trasformarsi in una delega in bianco di funzioni che incidono anche sulla libertà personale. Servono regole chiare, controlli rigorosi, coordinamento e una responsabilità pubblica pienamente riconoscibile. Lo Stato deve restare garante della qualità e della correttezza di ogni percorso», sottolinea la referente Legalità delle ACLI. Rimane, infine, una contraddizione nell’azione legislativa degli ultimi mesi. Da una parte si approvano misure orientate alla cura, al recupero e alla riduzione della presenza in carcere delle persone con dipendenze; dall’altra si continua a seguire un’impostazione prevalentemente securitaria, introducendo nuove fattispecie di reato e inasprendo le risposte penali. «Senza una visione complessiva e coerente, queste due direzioni rischiano di neutralizzarsi: mentre si cerca di offrire un’alternativa al carcere a chi ha bisogno di cure, contemporaneamente se ne ampliano le possibilità di accesso attraverso nuovi reati. Per questo seguiremo con attenzione l’attuazione della riforma, chiedendo che alle previsioni normative corrispondano risorse adeguate, personale qualificato, posti disponibili e strumenti efficaci di verifica».

«La vera sfida – conclude Mariangela Perito – è costruire un’alleanza territoriale che coinvolga, sotto una solida regia pubblica, la magistratura di sorveglianza, i Ser.D., le comunità terapeutiche, il Terzo settore, le famiglie e le realtà associative. Nessun soggetto può affrontare da solo percorsi di recupero tanto delicati e complessi. Servono inoltre investimenti strutturali nella prevenzione delle dipendenze e nella salute mentale, intervenendo prima che il disagio conduca al reato e non soltanto quando occorre affrontarne le conseguenze. Solo così questa riforma potrà diventare non un rimedio tardivo, ma un passo concreto verso la cura, il reinserimento e la dignità della persona».