Il diritto di non essere poveri

Non passa giorno senza che dai maggiori mezzi di comunicazione vengano trasmesse notizie riguardanti il malfunzionamento del welfare italiano. Ma a dispetto di quanto spesso si dice o si scrive, l’Italia non si trova all’anno zero per quanto riguarda il welfare e, più in particolare, il sistema di assistenza. In effetti, analizzando i dati riguardanti i livelli di spesa italiana ci accorgiamo che la quantità di denaro che ogni anno viene immessa nei canali del sostegno sociale, dell’assistenza sanitaria e previdenziale è apprezzabile.

Tuttavia, il nostro sistema presenta diversi difetti; risulta piuttosto squilibrato sull’asse previdenziale, mentre lascia sguarnito l’ambito del cosiddetto welfare sociale e, in minor misura, quello sanitario. Dato che gran parte delle risorse vengono redistribuite sotto forma di assegni pensionistici, il nostro sistema è contemporaneamente sotto finanziato e eccessivamente “liquido”, mentre risulta poco sviluppato per quel che riguarda i servizi sociali e sociosanitari (Cfr. Eurostat 2017, Istat 2017).

Per realizzare una rete territoriale di servizi diffusi efficace ed efficiente, nei prossimi anni, dovremo quindi essere capaci di equilibrare il sistema, restituendo spazio e forza anche a quegli ambiti lasciati sguarniti negli ultimi anni, dando loro linfa vitale anche attraverso l’immissione di ulteriori risorse umane qualificate e maggiori investimenti economici.

Spostando lo sguardo al territorio, la cartina geografica del welfare italiano si presenta frammentata e caotica. Il fatto stesso che le prestazioni a cui i cittadini possono accedere tendano a variare in quantità e in qualità passando da un Comune all’altro rende centrale il problema dell’esigibilità dei diritti. Occorre, quindi, lavorare affinché tutti i cittadini abbiamo effettivamente diritti identici, tenendo conto di un territorio che per sua natura è diseguale.

A complicare questo quadro è intervenuta la crisi economica, che da circa due lustri attanaglia il nostro Paese. L’Italia, oggi, è divenuta un paese fortemente diseguale, dove il disagio economico-sociale ha messo radici anche tra gli appartenenti alla classe media, tradizionalmente immune a questo tipo di problematiche.

È proprio in queste circostanze che sarebbe necessario un sistema di welfare efficace e diffuso, che garantisca a tutti i cittadini gli stessi livelli minimi di benessere. È tempo di cambiare l’approccio stesso con cui il denaro pubblico viene speso e di abbracciare una cultura del welfare state che sottragga questa importante voce del bilancio statale alla categoria spesa e la includa (almeno in parte) in quella degli investimenti strutturali strategici. Si potrebbe cominciare dal riconoscimento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali, ossia con l’individuazione di un’ipotetica soglia del benessere economico sociale sotto la quale ogni cittadino non può vivere: la “quantità” minima di benessere di cui ogni italiano dovrebbe godere (Cfr. Position Paper delle Acli “Il Welfare in Italia” https://www.acli.it/documenti_acli/51_position_paper/acli_documentidelleacli_pp_03.pdf ). Con il riconoscimento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS) si restituirebbe ai cittadini italiani la possibilità di esercitare effettivamente i propri diritti sociali e, questione da non sottovalutare, si contribuirebbe a dare maggiore vitalità all’economia nazionale. Un importante passo in avanti è stato fatto di recente con la legge contro la povertà assoluta, Rei, ma ancora la strada è lunga e c’è ancora molto lavoro da fare.

Proprio poche settimane fa è stato firmato il memorandum per l’attuazione della legge delega contro la povertà assoluta. Si tratta di un’intesa unica nel suo genere, dato che è la prima volta che un Governo sottoscrive un documento di questo tipo con delle associazioni. La legge contro la povertà, permetterà di assistere circa 1/3 degli assolutamente poveri: famiglie con figli minori, disabili; donne in gravidanza e ultra 55enni disoccupati in povertà. Le risorse dedicate saranno 1,15 miliardi di Euro nel 2017 e 1,7 miliardi di Euro nel 2018. A queste somme andranno ad aggiungersi le risorse dei fondi europei e alcuni residui di soldi non spesi in precedenza.

Sicuramente con il varo del Rei l’Italia potrà vantare di avere una misura stabile di contrasto alla povertà assoluta, al pari degli altri Paesi europei, e questo è di sicuro un aspetto positivo. Tuttavia, la misura può essere ancora perfezionata. In particolare, per essere effettivamente un livello essenziale, dovrebbe diventare universale, ossia dovrebbe essere rivolta a tutti i cittadini che si trovano in quella condizione e non soltanto ad alcune categorie svantaggiate. Parafrasando le parole di Roberto Rossini, Presidente Nazionale delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà: la realizzazione di una legge contro la povertà assoluta in Italia non può considerarsi conclusa, così come, aggiungiamo noi, non può considerarsi concluso il percorso verso un sistema di welfare state moderno e al passo coi tempi, che invece è appena cominciato.