La legge elettorale non basta a garantire una democrazia viva e partecipata

Editoriale di Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale Acli, pubblicato su Il Dubbio del 23 maggio 2026

La democrazia è viva quando sa convocare le energie migliori, ascoltare, dare spazio, aprire confini, nutrire di pazienza il dialogo. La democrazia è vivificata dalla partecipazione.

Partecipare è cercare di rendere effettiva la democrazia per tutti.

Oggi invece siamo immersi in un astensionismo dilagante creato dal tradimento di quelle proposte roboanti che spesso la politica non riesce a mantenere. Molteplici sono le ragioni. A partire dall’incremento delle diseguaglianze, dagli squilibri interni, da aspirazioni e diritti negati. La democrazia è sempre legata alle domande sociali. Nasce e si nutre nello scostamento tra aspettative, promesse e realtà. Cresce nella disperazione delle famiglie affaticate, sempre più divise e lasciate sole. Trova il proprio habitat nella stessa contrapposizione che aumenta astio, buona solo a ricercare ricette per la pancia e meno per il nostro futuro.

Il tema è complesso. Non posso sottacere che alla base della debolezza della democrazia ci sono anche motivazioni che attengono alla capacità di rappresentanza delle istituzioni e al funzionamento dei circuiti decisionali. Le trasformazioni della politica hanno prodotto sia sul piano della rappresentatività che sul piano dei poteri effettivi un preoccupante deficit democratico. In democrazia il metodo è già contenuto, pertanto occorre lavorare su strumenti che aiutino la partecipazione e la rendano effettiva.

Per questo le Acli hanno presentato due proposte di legge. Una sulla riforma dei partiti, perché il mantenimento delle promesse democratiche grava in primo luogo su di essi, cui spetta il compito di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.  L’altra proposta sulla costituzione di Assemblee partecipative, strumento complementare al tema della vita democratica dei partiti per favorire e allenare la partecipazione dei cittadini, al di fuori ma non contro la dimensione delle istituzioni rappresentative. Nel dibattito generale ci sono anche altre proposte di valore come quella sul voto all’estero, sul voto dei fuori sede, sulla digitalizzazione del voto.

Oggi il dibattito pubblico è  concentrato sulla riforma della legge elettorale con la stessa voracità tipica delle grandi questioni che vorrebbero salvare il Paese dalla deriva.

La legge elettorale può condizionare una maggiore partecipazione, ma non può da sola invertire un fenomeno senza riforme più ampie di strumenti e prassi che possano migliorare la democrazia. E questo è il primo punto. Non si può affrontare solo il tema del sistema elettorale a sé stante. Non lo si può affrontare solo in base alla questione della stabilità dei governi perché questa attiene soprattutto al metodo democratico di rappresentanza dei cittadini.

La legge elettorale è un punto di partenza o di arrivo quindi? Nessuna delle due ma è parte di un quadro che andrebbe affrontato nel suo insieme.

Oggi c’è un certo disagio nel parlare della riforma di questa legge a poco più di un anno dalle elezioni nazionali. Questo richiede maggiore consapevolezza nel fatto che pur non essendo una riforma costituzionale permane comunque un obbligo sostanziale a trovare le più ampie convergenze, un monito per la maggioranza e la minoranza del Paese, al di là dei giochi della politica.

Questa legge affronta il tema della rappresentanza del corpo elettorale nel Parlamento da cui discendono le altre istituzioni del paese. Dal Governo, alla futura scelta del Capo dello stato, ad alcuni membri della Corte Costituzionale e così via. Ma soprattutto attiene alla rappresentanza, valore costituzionale da difendere, per cui il voto di ogni cittadino ha lo stesso peso. Già qui potrebbe sorgere un problema rispetto alle proposte in campo, sul cosiddetto premio di maggioranza che non deve distorcere i risultati elettorali come anche definito dai pronunciamenti della Consulta.

Il punto dirimette di una  legge elettorale rimane quello di consentire agli elettori una scelta libera e diretta. Non si può prescindere dal recuperare un rapporto forte di fiducia tra l’elettore e l’eletto. Certo il metodo di elezione deve restare trasparente (con limiti alle spese elettorali) e va garantita la par condicio tra candidati. Ma resta fondamentale ricostruire un rapporto che faccia maturare le scelte dal basso, recuperando la territorialità come valore, favorendo la vicinanza per far toccare con mano le istituzioni ai cittadini. Non va in questa direzione la proposta di indicazione del premier nella nuova legge  che di fatto polarizzerebbe sui nomi la campagna elettorale, aumentando la propensione al leaderismo a scapito di programmi e confronti. Oltre a ledere le prerogative del Presidente della Repubblica.

Una democrazia matura deve  saper rappresentare al meglio tutti: è una questione  di dignità di ogni persona, perché le democrazie non sono solo processi, regole, discussioni. L’auspicio è che il confronto politico e civile del paese garantisca una maggiore rappresentatività del corpo elettorale che si inauguri un metodo di confronto sulle priorità del Paese per mettere al centro il bene comune, con coraggio e senza più tentennamenti.

 

Qui la memoria scritta dell’Audizione delle ACLI presso la Commissione I (Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni) della Camera dei Deputati, avvenuta il 19 maggio 2023