La memoria dell’assassinio di Aldo Moro riassume e ricapitola quella di tutte le altre vittime del terrorismo, non solo perché si tratta della più illustre, ma anche perché è quella che più di ogni altro esprime i valori di democrazia e convivenza civile contro cui insorsero i terroristi.

Parlando da Presidente del Consiglio al X Congresso delle ACLI nel 1966, Moro disse di trovarsi in forte consonanza con il nostro Movimento soprattutto sulla questione cruciale di “rendere i lavoratori protagonisti della vita dello Stato”, e ricordò che proprio per questo il lavoro è la base della Repubblica come recita il primo articolo della Costituzione. Ricordò anche che ad unirlo alle ACLI era anche la comune ispirazione cristiana, che poteva legittimamente essere declinata in molti modi ma che implicava “una comune concezione dell’uomo, del mondo e della società” che non può ridursi a semplicemente ad una “mera tecnica di potere” e senza la quale “verrebbe impoverita la vita politica e culturale del nostro Paese”.

Questo pensiero sempre fu alla base della sua azione definendone i caratteri fondamentali, e contribuì a farne un bersaglio per chi lo rapì e infine ne decretò la morte: la sua memoria sempre vive e ci accompagna come monito a saper inserire le nostre idee, le nostre proposte, la nostra azione quotidiana in una cornice più ampia che maestri come Moro seppero delineare.