Un ricordo di Alda Merini a dieci anni dalla morte

A cura di Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla Vita Cristiana

Dieci anni fa, il primo novembre del 2009, moriva a Milano Alda Merini. La vogliamo ricordare con questa intervista fatta qualche anno prima.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Così, in una splendida poesia, Alda Merini parla di sé. L’ho sempre letta e seguita e mi intrigava conoscere quella che, a giudizio di moltissimi, è la più grande poetessa del nostro paese, più volte candidata al Nobel per la letteratura. E così un giorno mi sono recato ai Navigli, la zona di Milano dove abita. Sono salito al secondo piano di una casa ora invasa dai muratori (contro i quali Alda levava vere e proprie maledizioni bibliche!) e mi ha accolto in cima alle scale, ben vestita e curata, pronta alla chiacchierata. Deve aver visto il mio stupore di fronte all’incredibile disordine del suo appartamento perché mi ha subito detto: “Sa cosa è scritto nel libro sacro: ‘In principio era il caos’… Forse il Signore qua non è mai passato! E poi non lo dice il Vangelo stesso: ‘perché ti affanni’?. Tutti sono capaci di fare ordine ma non tutti sono poeti, se lo ricordi!”. Questa è Alda Merini, a prima vista scanzonata e irriverente, eppure donna di grande valore e sostanza, esponente di una “letteratura mistica capace d’ intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede”.
(G.Ravasi).

Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo 1931. Compie gli studi superiori all’Istituto professionale e, contemporaneamente, si dedica allo studio del pianoforte. Inizia a comporre le prime liriche a
quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l’anno successivo quando sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a
Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa. Proprio nel ’47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli — che fu un vero maestro di stile per lei, oltre che suo primo grande amore — padre Davide Turoldo, Maria Corti e Luciano Erba. Ma il 1947 è anche l’anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa, riceve l’aiuto degli amici più cari. Nel 1953 Alda Merini sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie a Milano; nel 1955 nasce Emanuela, la sua prima figlia, e nel 1958 Flavia, la seconda. Salvatore Quasimodo, a cui la Merini è legata da rapporti di amicizia e lavoro, pubblica alcune sue liriche nel volume “Poesia italiana del dopoguerra” (Schwarz 1958).
Nel 1965 ha inizio il doloroso periodo di internamento manicomiale presso il Paolo Pini di Milano, che prosegue fino al 1972. Durante i periodi di dimissione, nascono le altre due figlie di Alda:
Barbara e Simona. Dopo la morte del marito, si unisce nel 1982 al poeta Michele Pierri, trasferendosi a Taranto e vivendo, ancora una volta, la traumatica esperienza dell’internamento in manicomio. Tre anni dopo torna a Milano dove tutt’ora vive.

Mentre venivo dai lei mi ponevo la domanda su chi è il poeta oggi?

È un uomo del suo tempo, perché il poeta non è che scrive solo. Altrimenti che poeta è? Non posso non guardare ciò che sta accadendo nel mondo. Le guerre, la fame, le ingiustizie… Solo che il poeta non ha potere, non può averlo! O meglio, ha solo il potere dell’amore, della concordia. La poesia è paga di sé stessa perché è già un gran dono e un gran talento.

Dio come è entrato nella sua poetica?

Non attraverso la disperazione ma attraverso la gioia. È questo che spesso non si capisce… C’è qualcuno che pensa che martirizzando il poeta escano i versi migliori… Non è vero! Né il manicomio, né ora i muratori in casa… la prigione non fa scrivere. Assolutamente! Secondo me, l’accostamento fra poesia e dolore è un inganno. L’uomo comune vive nella sofferenza, mentre il poeta è felice, perché asseconda i suoi desideri più profondi e viscerali. Certamente, ci vuole studio, esperienza, volontà e soprattutto cuore per scrivere versi, ma se fosse vero che non c’è poesia senza dolore, sarebbe preferibile che fossimo tutti analfabeti. E poi, se lo ricordi, il dono più grande dell’uomo non è la sua intelligenza, ma la libertà. A me l’hanno tolta quando ero in manicomio…

Che ricordo ha di quel periodo?

A distanza di anni, riesco a dire che il manicomio è stata una prigione libera perché c’era l’amore fraterno. Ma ho pure visto certi obbrobri… Mi hanno fatto quarantasei elettroshock: erano fortissimi e mi pareva di non riuscire a respirare più. Avevo crisi depressive molto forti, dovuti all’adattamento. Pensi che mi hanno buttato fuori con una cura per guarire le ulcere usata per la
psichiatria”. Un’altra medicina che prendevo serviva per le questioni auditive… Faceva perdere l’equilibrio. A volte, usavano i manganelli per le meningiti… Avevo dei mali orrendi alla testa. E
così, con una cura, un nuovo ritrovato, sono uscita… Sono stata ricoverata quindici anni, ma non mi sono accorta. Devo dire proprio che sono vissuta in uno stato di grazia. Non me ne sono accorta.
Sono stati i più bei anni della mia vita! Erano tutti matti, ma dei matti buoni. Basaglia ha fatto una cosa bella a chiudere certi manicomi però io mi ricordo che quando avevo il panico e la paura mi consegnavo da sola. Quando era là mi rassicuravo e poi tornavo a casa.Ora che fine fanno tutti questi poveri dimessi?

Cosa l’ha più ferita?

Il livellamento psichiatrico mette sullo stesso piano i geni e i folli. È un atto innaturale. I medici non sono in grado di capire che cos’è l’uomo, che cos’è l’uomo–Dio che è in noi, l’uomo creatore. Il male fisico lo capiscono tutti, il male mentale, invece, è lo scacco per l’uomo e la sua scienza che non riesce mai a penetrare appieno i segreti dell’anima. Lo ripeto: l’uomo non è nato per soffrire, ma è nato per la felicità.

È riuscita perfino a scrivere un testo sui suoi internamenti…

Io sono passata attraverso il tunnel del dolore che in realtà è stata per me una considerazione di ciò che può essere la vita, di ciò che può farti la vita ma anche di quello che noi possiamo fare alla vita.
Perché possiamo essere anche noi stessi a mortificarla e a renderla brutta. Quegli anni trascorsi in manicomio hanno aperto uno squarcio in me che ho voluto raccontare perché nessuno conosce ciò che accade al di là del muro… Quanto vuoto fanno i medici per avere in mano il cuore del paziente, ma non è preservandolo dal dolore che lo si guarisce. A volte questo è solo un pretesto per ucciderlo. Perché se l’uomo non sente il dolore non sente né la musica, né la poesia, né la vita e neanche la morte. Non dimentichiamo che moriremo tutti, però prima la vita va vissuta con gioia ed occorre capire che la poesia fa parte della vita e anche della morte e che è un grande rischio. Il poeta rischia molto è sempre al limite, è sempre sul filo del rasoio ma lo fa per insegnarci la felicità, la felicità per la vita che è in ognuno di noi. La sopportazione mia del manicomio è stata dovuta alla mia religiosità, all’obbedienza, all’accettazione dei fatti divini della vita. Io depreco quelli che vogliono soffrire più degli altri perché questo lo considero una colpa e un reato. Probabilmente pensano che attraverso la sofferenza si raggiunga la poesia… Ed è lì lo scorno e l’offesa. Non è vero! perché attraverso la sofferenza si raggiunge o la morte o l’abbandono…

Quando era rinchiusa, ha mai litigato con Dio?

No, no… Non ho mai avuto dubbi. Litigo con gli uomini, non con Dio. In manicomio ero in compagnia. Sentivo la presenza di Dio e non mi sono mai sentita abbandonata. E poi, perché devo litigare con Dio, dato che non conosco la finalità divina? Magari sto male in questa situazione, però sto male per colpa dei muratori e non per colpa di Dio.

Eppure lei ha messo al centro di una sua poetica la croce. Cosa ha voluto dire?

Cantare la croce significa cantare il dolore, ma al tempo stesso anche la liberazione. La croce richiama la morte, ma è pure la base della risurrezione. In fondo ognuno di noi se la porta dentro
tutta la vita, anche come forma di vergogna e di derisione. Giovanni Paolo II, in questo senso, è stato una figura unica, perché non ha mai cercato di mascherare il suo dolore.

Prima ha detto che la sua poesia nasce dalla gioia…

Si, tutti i poeti sono felici, mortalmente felici. I poeti sono talmente cretini, alle volte, come i bambini… Godono di ciò che sono, di ciò che vedono…

La poesia è libertà?

È sapere… È grazia… È fede…

Perché è fede?

Perché è fede nella vita! I poeti sono attaccati alla vita. Ma non si attaccano alle cose concrete, ai soldi e alle mansarde. Non hanno bisogno di materia, sono un po’ immateriali… Per questo non posso non credere in Dio. Perché ti sorprende e ti apre alla vita. L’ho scritto, sa? “E questa è la Fede, e questo è Lui, che ti cerca per ogni dove anche quando tu ti nascondi per non farti vedere”.

Lei ha scritto che l’artista è l’alito di Dio…

È anche l’alibi di Dio. Dove c’è un’artista, c’è Dio. Ma non lo capiscono. Io sono l’alibi di Dio.
Solo che – come per ogni persona – devo essere riconosciuto per ciò che sono nel profondo. È la storia dell’uomo, in fondo. Del suo sospetto e della fatica di andare oltre. È la stessa cosa che
hanno detto al Signore: “ Ma quello chi è? È un figlio di un falegname!”.

Che immagine ha di Dio?

Ha il volto della Merini! No, scherzavo!!

Prima di lasciarmi andare, mi chiede: “Posso leggerti una poesia?” Certamente, dico. E grazie di cuore per questa splendida chiacchierata.

Io come voi sono stata sorpresa

Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d’amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall’idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l’amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell’uomo,
che è la scienza mia.

(“Ballate non pagate” – Edizioni Einaudi)