Livio Labor (1961-1969)

Livio Labor è nato da genitori triestini a Leopoli, in Polonia, nel 1918 ed è morto a Roma il 9 aprile 1999.

Ricevette una forte formazione cristiana nella compagnia di San Paolo di cui fece parte fino al 1956. Studiò a Pola e, laureatosi in filosofia all’Università Cat­tolica di Milano, venne a Roma e si occupò di problemi sindacali all’Icas, l’Istituto cattolico di attività sociali. Tornato a Milano iniziò il suo impegno nelle Acli di Luigi Clerici di cui divenne vice presidente.

Dal 1955 fece parte della Presidenza nazionale delle Acli: prima come Segretario per la formazione, poi come vice presidente centrale e, dal 10 dicembre 1961, come presidente. Tutto il ciclo presidenziale di Labor, fino al 22 giugno 1969, è dedicato alla costituzione delle Acli come soggetto politico autonomo.

Fu l’autore dell’unico tentativo maturato dal 1945 al 1970, in ambito cattolico, di creare un’alternativa politica all’impegno unitario nella Dc. Infatti, nel marzo 1969 Labor fonda l’Acpol, Associazione di cultura politica e poi si presenterà con l’Mpl, il Movimento politico dei lavoratori, alle elezioni del 1972, deludendo le attese. Dopo l’Mpl, Labor confluì nel Psi sulle posizioni di sinistra di Riccardo Lombardi.

Nel Psi fece parte della Direzione e fu eletto senatore nel 1976. Ma non legò con Craxi e non ne sostenne la politica. Non rieletto nel 1979, venne nominato nel gennaio 1982 presidente dell’Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori (Isfol). Dedicò gli ultimi anni della sua attività al Comidan, Comitato italiano per i diritti degli anziani, di cui è stato presidente.

Sulla sua vita e sull’opera politica abbiamo diverse pubblicazioni, tra cui segnaliamo: Livio Labor. La virtù dell’impazienza, a cura di Tarcisio Barbo e Luigi Borroni, edizioni Lavoro, Roma 2000; Domenico Rosati, La profezia laica di Livio Labor, Editoriale Aesse, Roma 1999.

Come documento che offre un’idea dello “stile” di Livio Labor, forse il presidente più creativo e vulcanico che le Acli hanno avuto nella loro storia, riportiamo un brano della lettera introduttiva al volume In campo aperto (1969), che presenta la piattaforma del­l’As­sociazione di cultura politica, Acpol:

«La lotta politica è per noi lotta di civiltà: uno ci si butta dentro tutto, perché ha acquistato coscienza che nella sintesi dell’azione politica si gioca tutto. Il destino del popolo, il domani dei figli, i valori in cui si crede. Ecco perché, a cinquant’anni, dopo una lunga e non frustrata battaglia sociale, ho voluto lasciare la Pre­sidenza nazionale delle Acli per impegnare ogni energia nel servizio politico. E correre così il mio personale rischio in campo aperto per un modo nuovo di fare politica: il che implica una scelta di campo precisa, una seria fatica di continua ricerca scientifica, il quotidiano e ap­passionato collegamento con le lotte popolari, un’alta tensione morale, perché il costume politico esalti i valori della umana creatività, della (per me) cristiana libertà, del coraggio e della assoluta lealtà anche nella politica…

Rischio in campo aperto, però: fuori dalle tradizionali trincee. Le risposte politiche all’interno delle trincee tradizionali – che dal ’48 si fronteggiano in Italia così autoconservandosi reciprocamente – ci appaiono sempre più come mistificazioni di chi vuole a tutti i costi difendere la propria fetta di potere politico. Occorre portare, spostare la lotta politica in campo aperto, dove il movimento popolare avrà certamente più spazio e più potere. Dove nessuno avrà più alibi domenicali o congressuali, né deleghe cui corrisponda puntualmente la ristrutturazione della società e dello Stato, con un processo nuovo radicato nell’autogoverno delle masse (…).

Tutti devono oggi in politica rimettersi in discussione, rivedersi da capo a fondo – strategie, contenuti, metodi – e avere il coraggio di rispecchiarsi nel confronto tra la realtà politica del Paese e i messaggi (domenicali, congressuali, programmatici) di questi 24 anni di democrazia asfittica.

Molte motivazioni del mio operato, caro lettore, le troverai nelle pagine che seguono: riguardano la ridefinizione e la ristrutturazione della sinistra, la sua non identificazione con il solo partito comunista, il potere politico dei lavoratori, la partecipazione politica delle masse popolari, la necessaria sperimentazione politica – l’autogoverno – l’autocoordinamento e la strategia delle forze del cambiamento. Riguardano anche la laicità della politica e dello Stato, quindi la preziosa purità e libertà della Chiesa, l’identificazione puntuale della parola cattolico (in greco=universale) con il dovere di una visione planetaria della nostra politica estera, del ruolo del nostro Paese nel mondo in via di sviluppo… Ma non troverai uno dei fondamentali motivi del mio operato, che non coincide solo, come qualcuno afferma, in modo lepido ma non privo di preoccupazione, con la mia ipotetica “rettitudine di intenzione”.

Si tratta della mia inguaribile avversione ad ogni concezione piccolo borghese della vita, che ritengo uno dei doni più preziosi ricevuti da mio padre (…).

Ed eccomi in campo aperto, ad affrontare innanzitutto il tuo giudizio politico, caro lettore.

Gradirò le tue critiche e – se potrai e vorrai – gradirò tanto averti compagno ed amico per un po’ di strada a servizio del Paese».

Livio Labor (1961-1969)
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