1918 – 2018: cento anni fa si concludeva la prima Guerra Mondiale, definita “la Grande Guerra” perché, nella pur lunghissima sequenza di conflitti che avevano insanguinato l’umanità, fino ad allora non si era mai vista una tragedia di tale entità e violenza. Elencare alcuni dati ci può dare la dimensione di un evento che mise a ferro e fuoco l’Europa, teatro di scontri che videro in campo una quantità di uomini fino ad allora inimmaginabile: circa 74 milioni di soldati mobilitati su tutti i fronti, oltre 9 milioni di morti e almeno 21 milioni di feriti, circa 8 milioni di prigionieri di guerra.

In un solo momento tutti i riferimenti politici, sociali, culturali dell’Ottocento vennero azzerati e nulla fu più come prima. Per la prima volta la popolazione civile venne massicciamente coinvolta dalle operazioni di guerra, subendo violenze, deportazioni, miserie. Entrarono per la prima volta sulla scena della guerra i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla fotografia al cinematografo, dalle cartoline illustrate ai manifesti murali, che diventarono principale veicolo di propaganda finalizzata a mobilitare tutte le risorse, sia al fronte sia nella società civile.

Fu la prima guerra di trincea e nelle trincea si dormiva, si mangiava, si coltivava la speranza leggendo le lettere dei propri cari, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e soprattutto si moriva..in una spirale di progressivo abbrutimento del soldato, dell’uomo.

Tutta la gioventù europea venne plasmata da questo dramma, da un senso di estraneazione psicologica e sociale rispetto alle abitudini della vita civile, che azzerò ogni differenza di grado, nazionalità, carattere. La guerra segnò tutti.

Ed è questo che le nuove generazioni devono conoscere, le ragioni di una guerra ingiusta e inutile (..e quando le guerre non lo sono..), devono sapere chi erano i “Ragazzi del ‘99” e capire attraverso le loro storie che non si tratta di “militi ignoti”, oramai simboli più che uomini, ma di vite vere, di giovani uomini e donne come noi, che hanno avuto in sorte un destino di guerra e morte, causato da egoismi nazionali e inique “ragion di Stato”. “L’apocalisse della modernità”, come la definisce lo storico Emilio Gentile.

Tutto questo accadeva solo 100 anni fa e oggi più che mai è importante ricordare, sapere.

Per questo le Acli hanno deciso di dedicare una parte dell’Incontro Nazionale di Studi, che si terrà a Trieste dal 13 al 15 settembre, alla Grande Guerra e in particolare a quei “ragazzi del ‘99” che combatterono, perché il ricordo di questo conflitto mondiale che sconquassò l’Europa e creò le condizioni per la II Guerra Mondiale, dovrebbe indicare a chi ci governa e a noi cittadini il cammino verso uno spazio libero dagli egoismi dei singoli Stati e aiutarci a capire, proprio a partire da quelle trincee, cioè che non vogliamo che l’Europa torni ad essere: un luogo di scontro, di conflitti latenti, di divisioni.

E’ questa la storia su cui fondare l’Europa di oggi, se vogliamo che abbia un senso. Un’Europa che non sia solo la scelta di una moneta, di una bandiera unitaria, dell’inno ufficiale, un’Europa che non si fermi alla dimensione economica, ma che abbia una legittimazione che derivi da un insieme di valori sanciti da una cultura e da una storia comune. Per le Acli, ricordare la guerra 1914-18 significa soprattutto ripercorrere le ragioni dell’unità europea, che superino le divisioni che in questi mesi stanno avvelenando il dibattito europeo e creando le basi per pericolose derive di stampo nazionalista.