Abbiamo bisogno di “sarti” della politica… prima che tramonti il sole

Editoriale di Emiliano Manfredonia pubblicato su Avvenire del 9 maggio 2026 in occasione del Festival Biblico

Nel libro del Deuteronomio c’è un versetto che ci interroga ancora: «Non opprimerai il lavoratore povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno degli stranieri che abitano nel tuo paese, nelle tue città. Gli darai il suo salario nella stessa giornata, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e lo aspetta con ansia; altrimenti egli griderà contro di te al Signore e tu ne porterai la colpa» (Dt 24,14-15). Non è un testo di sociologia. È un ammonimento dalla portata universale: privare qualcuno di un salario giusto e di un lavoro degno è un’ingiustizia che urla verso il Cielo. Vale la pena tenerlo a mente quando si parla di povertà salariale o lavoro povero oggi, in Italia, nel 2026, perché – cambiati i nomi, le forme e i contratti – quella ingiustizia non ha smesso di gridare.

Oggi il volto della povertà non è solo quello di colui che fa l’elemosina all’angolo di strada. La povertà è più diffusa e più difficile da stereotipare o visualizzare: è quella di chi lavora e che, pur lavorando, ha difficoltà a sbarcare il lunario. Giovani che si dividono in quattro per pagare un affitto, che decidono di non avere figli. Famiglie che non pianificano più e tentano solo di sopravvivere perché il futuro è un terreno franoso. È un imbuto nel quale sta finendo tutto: le speranze, i progetti, la stessa capacità di immaginare un domani. Dalla povertà salariale, poi, discendono forme sempre più numerose e gravi di povertà individuali e collettive. La prima a cadere è la salute. La ricerca Quando i soldi per le cure non bastano, realizzata dalle Acli con Next e l’Università di Roma Tor Vergata documenta l’esistenza di un razionamento sanitario implicito: chi ha meno rinuncia o rimanda le cure. Le disuguaglianze economiche si trasformano in disuguaglianze di salute, di aspettativa di vita, di dignità. Poi cade l’educazione dei figli: quasi due famiglie su tre nella fascia di reddito più bassa (secondo la ricerca La trappola del lavoro a bassa retribuzione curata insieme all’IREF sui dati del CAF ACLI) non detraggono nulla per le attività educative. Non perché non vogliano investire sui loro figli: perché non possono. Si taglia quello che si può tagliare per sopravvivere. E le conseguenze non si vedono subito: si vedono tra dieci, quindici, vent’anni, quando quei bambini diventano adulti con meno strumenti e meno opportunità. La povertà educativa è la forma più subdola di tutte, perché si accumula in silenzio e quando diventa visibile è già tardi. Poi, cade la previdenza. I lavoratori discontinui e precari accumuleranno pensioni da fame. Poi, la casa. E, infine, cade il welfare collettivo: un sistema di protezione sociale che si fonda sui contributi non regge se i salari ristagnano, se le carriere si spezzano, se le nuove generazioni non riescono a costruire nulla di solido. La povertà salariale di oggi genera la povertà previdenziale di domani, che genera la crisi del welfare, che genera ancora più povertà e disagio. E in tutto questo, non dobbiamo dimenticare che la povertà lavorativa non riguarda solo il portafoglio. Riguarda la pelle delle persone: ce lo ha ricordato anche il Pres. Mattarella. I lavori pagati poco sono quasi sempre anche i lavori tutelati peggio: nell’area grigia del lavoro povero non ci sono adeguate coperture assicurative, non ci sono presidi di sicurezza.

Ma come si esce da questa situazione? Non certo con i bonus. Dal 2018 gli incentivi all’assunzione vengono reiterati con piccole variazioni: l’effetto sul livello dei salari, sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro è stato, nella migliore delle ipotesi, minimo. A forza di mettere toppe, abbiamo fatto il vestito di Arlecchino. E un vestito di toppe non veste nessuno davvero. Abbiamo bisogno di sarti della politica, non di rattoppatori. Questo significa, anzitutto, politiche strutturali e scelte radicali sul lavoro: non la precarietà come eccezione da gestire, ma la dignità del lavoro come valore da costruire. Significa una politica sulla casa che non si riduca a qualche incentivo fiscale, ma preveda edilizia sociale, contratti di affitto accessibili per i giovani, strumenti che rendano possibile restare e costruire. Significa, infine, ripensare la previdenza per chi ha carriere frammentate, perché un sistema che lascia scoperte intere generazioni di lavoratori precari non è né sostenibile né giusto. Nelle famiglie e nelle imprese ci si indebita per i grandi investimenti, per lo sviluppo, per il futuro, non per una spesa estemporanea. Generare deficit per misure una tantum è irresponsabile verso chi verrà dopo di noi. Gli investimenti pubblici strutturali, al contrario, moltiplicano il loro valore nel tempo. E dobbiamo avere l’onestà di chiederci dove recuperare le risorse. Una parte crescente della ricchezza si genera non attraverso il lavoro e la produzione, ma tramite speculazione finanziaria, rendite immobiliari, accumulazione patrimoniale. La nostra Costituzione, all’articolo 53, è chiarissima: tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, con criteri di progressività. Non serve inventare niente di nuovo. Serve applicare ciò che è già scritto: tassare le rendite improduttive e i grandi patrimoni speculativi per investire strutturalmente su lavoro, casa, salute, istruzione e previdenza (non certo in armi! E qui si aprirebbe un altro capitolo).

La fragilità salariale che affligge fasce sempre più ampie della nostra popolazione non è una fatalità: è il risultato di scelte che si possono – e si devono – invertire. Sarà su questi temi che avrò il privilegio di confrontarmi con la professoressa Elsa Fornero al Festival Biblico di Vicenza. Il Festival ha scelto il tema del limite. È una parola che vediamo scritta in volto alle persone che incontriamo ogni giorno alle ACLI. Il limite del salario che non basta, della casa che non si riesce ad affittare, delle cure a cui si rinuncia, dei figli che non si fanno. Ma nella tradizione biblica il limite non è solo confine invalicabile: è luogo di discernimento e di responsabilità, il punto in cui si decide chi siamo e cosa vogliamo costruire. Un confine, qualcosa che può unirci e che insieme possiamo valicare.