Punire non è proteggere

CONTROLLI DELLE FORZE DELL ORDINE IN PIAZZA DUOMO DOPO GLI SCONTRI DI SABATO E DOMENICA CONTROLLO POLIZIA

di Mariangela Perito, componente della Presidenza nazionale Acli con delega alla Giustizia Riparativa, psicologa clinica

Forse c’era da aspettarselo. Un mondo di adulti che continua a parlare dei giovani, ma non con i giovani, che divide tutto in buoni e cattivi, poveri e ricchi, italiani e stranieri, prima o poi doveva aspettarsi che qualcosa si rompesse. Lo diciamo senza ambiguità: la violenza non si giustifica, e le vetrine distrutte, i saccheggi, gli agenti feriti nelle manifestazioni del 17 e 18 ottobre a Milano, Torino e Bologna non hanno nulla a che fare con il diritto di protestare. Ne prendiamo le distanze. Ma forse il problema è proprio questo: prendiamo sempre le distanze, teorizziamo sulla vita, sul mondo, su come gli altri dovrebbero essere, e quando il dissenso si esprime, quando qualcuno prova a dire la propria anche nel modo sbagliato, sappiamo rispondere con una sola parola: punire.

Allora è il momento di smettere di parlare «dei giovani» e di chiederci che adulti siamo. Che adulti siamo quando dimentichiamo le nostre stesse traiettorie di vita, gli errori, la rabbia, il bisogno di essere visti che abbiamo attraversato alla loro età? Che adulti siamo quando alla domanda di senso rispondiamo con il controllo, e l’unico spazio che riusciamo a offrire a un ragazzo dopo la scuola è la strada? Le piazze di questi giorni sono nate contro con scopi e motivazioni differenti.  Piazze affollate, forse non quanto dovrebbero essere, e al loro interno generazioni diverse  con un unico obiettivo: rendere degna la propria esistenza. Eppure sembra che soltanto adesso scopriamo che esistono la povertà, il carovita, i giovani e la violenza. Non è così. Come Acli questa fatica la incontriamo ogni giorno nei nostri servizi e nei circoli, nelle periferie urbane come nelle aree interne: famiglie che non arrivano a fine mese, ragazzi che lasciano la scuola, giovani che non studiano e non lavorano.

Se tutto questo sembra una scoperta, è perché le notizie non sono mai neutre. Con l’Alleanza per l’articolo 27 lo diciamo da tempo: sono dettate da un sistema che ci fa vedere alcune cose e non altre. Vediamo le vetrine rotte, non le scuole che chiudono; il ragazzo con il volto coperto, non la famiglia che non arriva a fine mese; il reato, quasi mai la storia che lo ha preceduto. E ciò che non si vede smette di esistere nel dibattito pubblico. Anche le parole fanno la loro parte. «Maranza» non è un soggetto antropologico, non descrive nessuno: è un’etichetta, e gli adulti, tanto più chi ha responsabilità pubbliche, non possono usarla per parlare dei ragazzi. Lo stesso vale per «baby gang» o «mostri», parole costruite per trovare un capro espiatorio. Un’etichetta ripetuta finisce per diventare identità, e il ragazzo che tutti chiamano violento impara presto che quello è il solo ruolo disponibile. Così è più facile escludere che includere.

Il nostro non è un discorso di destra o di sinistra: la sicurezza delle persone e il futuro dei ragazzi riguardano tutti. Usciamo allora dalla retorica e dagli slogan, da una parte e dall’altra, e guardiamo ai fatti. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre introduce un nuovo reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, con un’aggravante per chi le organizza attraverso i social, estende il fermo preventivo, prevede multe per i genitori anche quando il figlio non è imputabile, invia 500 militari a Milano. Soprattutto, stabilisce che un ragazzo di 14 anni sia capace di intendere e di volere «fino a prova contraria». È un’inversione profonda: finora il giudice doveva verificare, caso per caso, se un minorenne avesse la maturità per rispondere delle proprie azioni, e la giustizia minorile italiana è stata per decenni un modello proprio perché guardava ai ragazzi come a persone in evoluzione, da accompagnare e recuperare. Presumere la capacità significa negare l’esistenza stessa dell’adolescenza come categoria psicologica e sociologica. Le formule del nuovo reato, poi, sono così ampie da rischiare di colpire non solo la violenza, ma anche forme legittime di dissenso e di partecipazione democratica. Quando ogni tensione sociale trova una risposta penale, il sociale e il penale si impoveriscono a vicenda; e le multe ai genitori colpiranno soprattutto le famiglie più fragili, trasformando due volte la povertà in colpa. Non c’è più spazio per recludere e, purtroppo, sembra non esserci più tempo per comprendere, che non è sinonimo di giustificare. Papa Francesco lo aveva detto con parole semplici: «È più facile reprimere che educare». Più facile, appunto, non più giusto né più efficace.

Come psicologa clinica vorrei porre una domanda che raramente entra nel dibattito: che cosa genererà la paura? Davanti a una minaccia la mente reagisce in modi antichi, attaccando, fuggendo o congelandosi. Un decreto costruito sulla paura rischia di spingere i ragazzi verso uno di questi estremi: il freezing, cioè chiudersi, ritirarsi, smettere di partecipare a qualunque cosa, oppure una rabbia che si radicalizza e diventa contrapposizione. In entrambi i casi perdiamo la cosa più preziosa, la possibilità di una relazione. La violenza esiste, è un fatto, e non possiamo far finta che non ci sia: dobbiamo trovarle un posto. Vuol dire dare alla rabbia delle persone luoghi, tempi e parole in cui possa essere espressa, ascoltata e trasformata. Se invece la rabbia viene coartata, schiacciata, negata, non scompare: si accumula, e prima o poi succede l’irreparabile. L’adolescenza è il tempo in cui si costruisce l’identità, in cui il gruppo conta più di tutto, in cui il controllo degli impulsi e la capacità di valutare le conseguenze sono ancora in via di maturazione: non è una scusa, è ciò che ciascuno di noi è stato. Un decreto che presume la piena maturità a quattordici anni va nella direzione opposta: più controllo, meno fiducia, e il rischio di lasciare ai ragazzi soltanto due strade, chiudersi o esplodere.

Ogni nuovo decreto sicurezza si presenta come sinonimo di protezione, ma siamo proprio sicuri che punire voglia dire proteggere? Una comunità si protegge davvero quando non lascia nessuno solo: quando investe nella scuola, nell’educativa di strada, nella salute mentale, negli spazi per i giovani e nel lavoro dignitoso; quando sceglie la giustizia riparativa, che chiede a chi sbaglia di guardare il danno fatto e di ripararlo; quando ascolta prima di giudicare. Il carcere non può diventare la risposta automatica alla povertà, al disagio, alle diseguaglianze e alla rabbia sociale.

La sicurezza non si decreta, si costruisce. È  solo la cura che chiama la cura. Noi, oggi, non ci stiamo prendendo cura del nostro mondo: trascuriamo il pensiero, le condizioni di vita delle persone, la loro dignità, e così, come comunità, stiamo perdendo anche l’amor proprio. Criminalizzare l’infanzia e l’adolescenza è qualcosa di terribile. Le Acli continueranno a fare la propria parte nei territori, nei circoli e nelle alleanze con chi crede, come chiede l’articolo 27 della Costituzione, che la pena debba tendere alla rieducazione. E continueremo a chiedere a tutti, alla politica per prima, di smettere di parlare dei giovani e di cominciare a parlare con loro, domandandoci, prima di ogni altra cosa, che adulti vogliamo essere.

Da quando la condanna di un comportamento ci porta ad ignorare tutto ciò che c’è intorno?