Finisce un mondo e finisce una Chiesa

La nuova Chiesa sarà sotto il segno della comunità 

 

Di Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla Vita cristiana

L’articolo pubblicato due settimane fa in questa rubrica ha sollevato numerosissime discussioni. Ho ricevuto da preti (tanti) e laici, una cinquantina di messaggi, equamente divisi tra mail e whatsapp. Un numero notevole che sta a significare che il tema di fondo – quale volto di Chiesa in questo tempo di passaggio? – è sentito ed è oggetto di confronto e di dialogo. Già questa mi pare essere una buona notizia. Non scontata, in tempi come i nostri. 

Sempre meno preti e sempre più vecchi 

Vuol dire che nella comunità cristiana ci si sta rendendo conto, finalmente, dei cambiamenti in atto e della necessità di far fronte con scelte pastorali opportune. Una sincera apertura alle sfide che i nuovi vissuti cristiani pongono alla dimensione parrocchiale. Come è naturale, il tono dei messaggi è diverso. Tra i preti qualcuno condivide la mia analisi; qualcun altro la vorrebbe più articolata invitandomi ad evitare parole che rischiano di polarizzare e aumentare steccati; parecchi lamentano di incontrare laici poco preparati, molto “clericali”, non adeguati, pronti a lamentarsi ma poco comunionali. Tra i laici, prevale invece, in modo netto, la constatazione di non essere presi sul serio, coinvolti spesso in questioni di poco conto, trattati come “bidelli”, sudditi a cui è chiesto come prima virtù l’obbedienza: attiva, collaborativa, consapevole ma sempre obbedienza ad un modello che un teologo chiama della “piramide sospesa”, in cui tutto dipende dal vertice.  

La questione ci accompagnerà sempre di più nei prossimi anni. Se non i ragionamenti o le riflessioni nate nel post Concilio, determinanti saranno i numeri, che attestano, in tutto l’Occidente, il crollo inarrestabile delle ordinazioni sacerdotali. Per stare in Italia, secondo il sociologo Franco Garelli, nel 2019 erano presenti 32.036 sacerdoti diocesani; circa un prete ogni 1.900 abitanti circa; mentre 30 anni or sono (nel 1990) il clero diocesano era composto da oltre 38.000 unità. In tre decenni, dunque, il corpo sacerdotale si è ridotto a livello nazionale del 16% circa. Ma la riduzione è ancora più accentuata se si tiene conto del forte processo di invecchiamento del clero che si è registrato negli ultimi decenni. Se, per convenzione, consideriamo non più attivi (o non più impegnabili in un ruolo pastorale ordinario) i preti con più di 80 anni, emerge nel tempo uno scenario ancora più critico. Peggio se operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni: la riduzione risulta del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22,1% nel 1990, oggi sono il 36%”. Altre prospettive che confermano il trend: la quota del clero “giovane” e l’età media. I preti con meno di 40 anni erano il 14% 29 anni fa, mentre oggi sono meno del 10%”. E se nel 1990 l’età media dei sacerdoti era di 57 anni, oggi è di 62.  

Sperimentare oggi quello che saremo obbligati a fare domani 

Dunque, serve un bagno di realismo, altrimenti si rischiano di immaginare architetture fuori dalla storia e dai contesti concreti e si impedisce di sperimentare oggi scelte che saranno da fare in un prossimo, immediato, domani. Serve smontarel’impianto teologico ed ecclesiologico che impedisce nei fatti una Chiesa corale. 

Personalmente apprezzo molto lo sforzo del vescovo Francesco e la scelta fatta con le CET: l’annuncio e la testimonianza del Vangelo a livello personale e comunitario, la mediazione culturale come scelta pastorale, l’attuazione della responsabilità dei laici, particolarmente nell’esercizio delle loro competenze nelle Terre esistenziali, la formazione qualificata di competenze nelle Terre esistenziali, luogo chiamato a rilanciare il dialogo tra la fede e la vita. In realtà però troppo spesso succede che i preti modellino su di essi le parrocchie affidate dimenticando che la vicenda del laico è la vicenda del cristiano che deve traversare questo tempo. 

È un serio lavoro pastorale deve favorire la formazione della coscienza del cristiano comune perché sappia riconoscere il carattere cristiano della sua vita di ogni giorno. Un delicato lavoro pastorale capace di una reale e autentica corresponsabilità. Lo so che non è possibile generalizzare e parecchio è stato fatto. Conosco molti preti che generosamente camminano in questa direzione ma ho anche tantissimi, troppi, amici laici che hanno la convinzione di essere spesso trattati come minus, mantenuti in una perenne condizione infantile, dentro una Chiesa “duale” che si autocomprende ancora come società ineguale: da una parte i pastori e dall’altra il gregge.  

Ne sono convinto: la questione decisiva oggi è rimettere al centro la comunità cristiana nel suo insieme, ripartire dalla considerazione della Chiesa nella sua figura di popolo. La mia convinzione è che il prete troverà la sua strada nella Chiesa di domani solo insieme ai laici. Non il prete da solo o il laico da solo, ma insieme, confrontandosi, collaborando, condividendo. In una diversità di carismi, ma su un piano di parità e complementarietà, uscendo dalle relazioni di potere che troppo spesso hanno prevalso nella Chiesa. Se si farà questo passo, si profilerà un nuovo volto di Chiesa. Non solo più alcuni ma un noi ecclesiale. Perché sempre più il soggetto dell’annuncio e della testimonianza è l’intera comunità. Più grande del singolo, più grande del ruolo. Per raccontare a tutti la bellezza del Vangelo.