Ceuta, Acli: quando la compassione viene sopraffatta dall’ossessione securitaria

Ancora una volta, di fronte all’approdo a Ceuta di uomini, donne e bambini, il sentimento della compassione viene rapidamente soffocato dall’ossessione securitaria e dalla geografia dell’ignoranza.
Prima ancora di chiedersi perché tante persone arrivino a mettere a rischio la propria vita pur di raggiungere un luogo ritenuto più sicuro, c’è già chi invoca, con grossolana superficialità, la sospensione di Schengen, la chiusura delle frontiere e nuove misure emergenziali.

C’è chi continua a leggere ogni vicenda migratoria esclusivamente come un’occasione di contrapposizione politica. La ricerca del consenso prevale sulla comprensione dei fatti, fino a produrre clamorose figuracce. In molti hanno dimostrato di non sapere nemmeno cosa sia Ceuta: una città spagnola nel continente africano, al confine con il Marocco, evocata impropriamente come prova del fallimento delle frontiere europee senza conoscere il contesto geografico e giuridico dei fatti.
Per le ACLI questo è il segno di una politica che, rinunciando alla complessità, alimenta la paura invece della conoscenza e finisce per rendere normale la disumanizzazione di chi migra.
Nessuno mette a repentaglio la propria vita per leggerezza. Lo fa perché intravede un’ultima possibilità di futuro. Per questo le migrazioni non si governano con gli slogan, ma affrontandone le cause, aprendo canali regolari di ingresso, combattendo i trafficanti e costruendo una cooperazione internazionale efficace.
La vera questione, oggi, non è soltanto come difendere i confini. È capire i confini della nostra umanità prima che la propaganda trasformi gli eventi come questo in strumenti di consenso e la paura diventi il criterio con cui giudichiamo ogni vita umana.