Preti sposati? Nuove vie a servizio del Vangelo e della comunità

A cura di Daniele Rocchetti, delegato nazionale alla Vita Cristiana

Un libretto profetico di Ratzinger di molti anni fa e i preti anglicani diventati cattolici

Era il lontano 1971 e Joseph Ratzinger, allora docente di Dogmatica all’Università di  Ratisbona, pubblicò un piccolo libretto di 120 pagine, edito in Italia da Queriniana, dal titolo: “Fede e futuro”. Pochi capitoli per presentare in modo rigoroso ed essenziale la vicenda cristiana e immaginare il futuro della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Verso la fine del volumetto, il raffinato teologo tedesco previde che un giorno non troppo lontano si sarebbe arrivati – per necessità e restando vigente la norma del celibato – “all’ordinazione di ‘cristiani provati’ (viri probati) che esercitano una professione: in molte delle comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la cura d’anime sarà normalmente esercitata in questo modo; ma accanto a queste forme sarà indispensabile la figura principale del prete, che esercita il ministero come lo ha fatto finora”.
Nel 2009 Ratzinger, da quattro anni sul soglio pontificio, decise di accettare che venissero riordinati con il rito cattolico sacerdoti sposati provenienti da comunità anglicane. Preparò una costituzione apostolica – Anglicanorum coetibus – che permise di accogliere nella Chiesa cattolica “gruppi di anglicani”. Ne parla con la solita chiarezza Luigi Accattoli nel suo blog (www.luigiaccattoli.it).
Quel documento stabiliva che, in deroga alla legge attuale – come è definita nel canone 277: “I chierici sono vincolati al celibato”, – gli “ordinariati personali” anglicano-cattolici potranno chiedere al Papa “caso per caso” di poter ordinare preti “anche uomini sposati”. Non solo dunque è previsto – come già avvenuto più volte lungo gli ultimi decenni – che vengano ammessi al sacerdozio della Chiesa Cattolica gli attuali preti anglicani sposati, ma che preti sposati vi siano anche in futuro “secondo criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede”. Le “Norme complementari” pubblicate insieme alla Costituzione specificano che tali criteri avranno di mira “le necessità dell’ordinariato”. Vale a dire che l’autorizzazione verrà data quando l’ordinazione di un uomo sposato risulti necessaria per garantire la celebrazione dell’Eucarestia a una comunità che non possa essere servita altrimenti.

La sorprendente uscita di Papa Francesco e un libro recente

Non sorprende dunque l’uscita che papa Francesco ha fatto nelle dichiarazioni rilasciate sull’aereo durante il viaggio di ritorno da Panama.

“… C’è un libro di padre Lobinger [è un vescovo tedesco per parecchi anni missionario in Sudafrica. Ha affrontato il tema in numerosi libri. Uno di questi è tradotto in italiano da EMI “Preti per domani. Nuovi modelli per nuovi tempi”], è interessante – questa è una cosa in discussione tra i teologi, non c’è decisione mia. La mia decisione è: celibato opzionale prima del diaconato, no. È una cosa mia, personale, io non lo farò, questo rimane chiaro. Sono uno “chiuso”? Forse. Ma non mi sento di mettermi davanti a Dio con questa decisione. Tornando a padre Lobinger, ha detto: “La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia la fa la Chiesa” Ma dove non c’è Eucaristia, nelle comunità –alle Isole del Pacifico… in Amazzonia … forse lì… in tanti posti… dice Lobinger: chi fa l’Eucaristia? In quelle comunità i “direttori”, diciamo, gli organizzatori di quelle comunità sono diaconi o suore o laici, direttamente. E Lobinger dice: si può ordinare un anziano, sposato – è la sua tesi – si potrebbe ordinare un anziano sposato, ma soltanto che eserciti il munus sanctificandi, cioè che celebri la Messa, che amministri il sacramento della Riconciliazione e dia l’Unzione degli infermi. L’ordinazione sacerdotale dà i tre munera: regendi – governare, il pastore –; docendi – insegnare – e sanctificandi. Questo viene con l’ordinazione. Il vescovo darebbe soltanto le facoltà per il munus sanctificandi: questa è la tesi. il libro è interessante. Forse questo può aiutare a pensare al problema. Io credo che il problema dev’essere aperto in questo senso, dove c’è problema pastorale, per la mancanza di sacerdoti.”

Insomma, pur sostenendo in più occasioni che il celibato è un dono per la Chiesa e   dichiarando la sua contrarietà a permettere il celibato opzionale, papa Francesco pare far propria la convinzione di molti e tra questi Alphonse Borras, vicario generale della diocesi belga di Liegi ed autore di un bel libro, “Quando manca il prete. Aspetti teologici, canonici e pastorali” (Edizioni Dehoniane Bologna 2018):   “La Chiesa è lì dove ci sono i battezzati; la parrocchia è lì dove ci sono i parrocchiani”. Per Borras è fondamentale considerare anzitutto e prima di tutto la comunità ecclesiale; essa riceve, porta e trasmette il Vangelo annunciato, celebrato e testimoniato. Dobbiamo partire dal primato del “soggetto” ecclesiale al cui interno prendono il loro posto battezzati, pastori e altri ministri e, nella diversità delle loro vocazioni, carismi e ministeri.

Una questione di principio e di numeri

La questione a qualche anima bella può apparire astratta e alla parte che si sta intestando la battaglia “a difesa della tradizione” non parrà vero avere dalla propria un nuovo argomento per attaccare il papa argentino. Eppure i numeri sono lì, impietosi, a raccontare che non possiamo più parlare di calo delle vocazioni sacerdotali ma di un vero e proprio crollo. Nel Nord del mondo (Europa occidentale e Canada) e nel Sud del mondo. Sarà interessante vedere il prossimo Sinodo sull’Amazzonia: una terra dove crescono esponenzialmente le comunità che non possono essere assistite da sacerdoti secondo il modello di prete attualmente vigente nella Chiesa latina e dove sale la richiesta di aprire “nuove vie”, affinché molte comunità disperse in quel vasto territorio abbiano un “migliore e frequente accesso all’eucarestia”.

Il valore del celibato. Verso quale Chiesa si sta andando?

Dunque, da una parte riconoscere la ferita e la profezia di coloro che rendono visibile il celibato come “un tesoro della Chiesa cattolica latina che può ancora mostrare tutta la sua ricchezza di senso: disponibilità professionale, dedizione più intensa ai fedeli, solidarietà con i celibi “forzati” dall’esistenza, espressione di un dono di tutta la propria persona per un attaccamento al Cristo, segno che Dio può riempire una vita, significato escatologico che rivela il carattere effimero dell’esistenza e anticipa la speranza di una pienezza di vita – Dio tutto in tutti – ecc. Un tesoro da valorizzare” (Borras).  Dall’altra, attraverso percorsi di discernimento locale, immaginare uomini (in futuro, donne?) sposati ai quali, le singole conferenze episcopali, avranno la possibilità della dispensa dell’impedimento al matrimonio e che saranno scelti per il munus sanctificandi.
Molte saranno le discussioni che si apriranno. Mi piacerebbe che, al di là dell’inevitabile dialettica, ci si interroghi su verso quale idea di Chiesa si sta camminando. Una riflessione che metta al centro la comunità cristiana nel suo insieme. Certo, anche i preti. Ma non solo i preti.  Le tracce di ieri servono a poco e i cammini non sono del tutto segnati.Lo ha detto bene papa Francesco: “la Chiesa deve sempre riconoscere il momento giusto nel quale lo Spirito chiede qualcosa”.
Mettiamoci in ascolto.