Non c’è pace senza lavoro, né lavoro senza pace

Intervista a Emiliano Manfredonia uscita su Credere il 3 maggio 2026

Hanno fatto oltre 60 tappe, tra scuole, fabbriche, cantieri, cooperative, università e ospedali. Una Carovana della pace per portare nei luoghi della quotidianità i temi della vita democratica, del lavoro, della dignità. «Non è stato un atto simbolico, ma una scelta culturale e politica. Perché non c’è pace senza lavoro, né lavoro senza pace». Emiliano Manfredonia, dal 2021 presidente nazionale delle Acli, racconta una delle iniziative su cui l’associazione dei lavoratori cristiani si è impegnata con forza negli ultimi anni.  Pace, democrazia e dignità, dice, sono le direttive sulle quali corre la vita e le decine di iniziative delle Acli, che coinvolgono circa 300 mila soci, nei 2.500 circoli distribuiti sul territorio nazionale. Pisano, classe ’75, sposato con Francesca, padre di Luca, 18 anni, è stato per anni animatore ed educatore parrocchiale, si è formato nel Movimento studenti di Azione cattolica, poi impegnato nella cooperazione sociale. Un’impronta che salta agli occhi scorrendo le pagine di “L’armonia degli sguardi” (edizioni san Paolo), un volume di un paio di anni fa, in cui Manfredonia si racconta. Italo Mancini, Carlo Carretto, Giorgio La Pira sono i maestri che lo accompagnano nelle riflessioni dove si parla di intelligenza artificiale e lavoro negato, delle cronache sulle stragi dei migranti nel Mediterraneo e dei bambini a Gaza. Ma anche delle passeggiate per i vicoli di Roma e della preghiera davanti alla pietà in san Pietro. «Vivo in continuo contatto con le fatiche e le passioni degli uomini e delle donne di questo tempo. Insieme ad amici molto più preparati di me cerco di capire i fenomeni politico sociali del nostro paese, di aprire qualche varco di speranza attraverso il servizio. Costruiamo progetti, proponiamo stili di vita. E prego, almeno ci provo, per un’umanità più giusta, accogliente consapevole del suo cammino e soprattutto perché si possa avere la percezione che tutti siamo sulla stessa terra, che va rispettata sempre di più, tutti siamo responsabili della stessa casa».

Nell’ufficio a Trastevere, dove c’è la sede delle Acli nazionali, la parete alle spalle della scrivania del Presidente riproduce un momento della marcia per la pace contro i missili, a Comiso, nel 1983. «La nostra storia è questa. Pace, rispetto della Costituzione, lavoro», dice Manfredonia.

Siamo alla vigilia di un primo maggio in cui il lavoro si coniuga sempre più con l’aggettivo povero…

«Non siamo in una situazione di serenità. Con la guerra in corso il costo dell’energia pesa tanto sulle famiglie, in particolare su chi lavora e ha un salario basso, ma anche sulle imprese. Come Acli facciamo un report annuale a partire dai redditi anonimizzati dei nostri Caf, sono tra i 600.000 e i 700.000. Mettiamo a confronto i vari anni per capire se le stesse persone che fanno il 730 nei nostri Caf hanno perso in capacità di spesa oppure hanno guadagnato. Sono dati che coprono tutta l’Italia. E quello che viene fuori non è bello: c’è un’Italia del lavoro povero, dove i più sfavoriti sono i giovani e le donne».

Qual è il dato che lo colpisce di più colpito del nuovo report La trappola del lavoro a bassa retribuzione che avete presentato in questi giorni?

«Questa ricerca ci dice una cosa molto chiara: oggi in Italia non basta lavorare per avere una casa. Gli affittuari guadagnano in media il 23% in meno e un quarto di loro è precario. È una doppia trappola da cui è difficilissimo uscire. L’altro dato che colpisce è che anche chi lavora, soprattutto chi è costretto a fare più lavori, rinunci più spesso a scuola e sport per i figli perché significa che il lavoro non protegge più. Nei redditi più bassi due famiglie su tre rinunciano a investire sui figli. Questo è il dato più preoccupante: non è solo disagio economico, è disuguaglianza che si trasmette nel tempo».

 

È il tema del lavoro povero, fragile…

«Circa il 15% dei lavoratori porta a casa un reddito oggettivamente insufficiente, al di sotto di 700 euro mensili. Questa cosa, che colpisce soprattutto i giovani, peserà sul loro futuro e sul nostro sistema previdenziale. Redditi più bassi vuol dire meno tasse e meno servizi, meno previdenza, pensioni più povere. Bisogna rimboccarsi le maniche, fare qualcosa».

A cosa pensa?

«Ci vorrebbe un’alleanza forte tra imprese, sindacati, governo, opposizioni. Perché non mettersi intorno a un tavolo sulle questioni cruciali del Paese che riguardano tutti, non solo la maggioranza, per cercare di trovare soluzioni?».

Com’è cambiato il lavoro in questi anni?

«C’è una sacca importante di lavoro più fragile, si assottiglia cioè anche quella fascia media che rischia di cadere nella povertà. Una non autosufficienza, una malattia, una separazione, un figlio che deve studiare, sono fattori che rischiano di far precipitare le famiglie nella povertà. Perché purtroppo nel nostro paese fare un figlio ti può portare nella povertà, come ci raccontano i dati dell’Istat. Abbiamo poi il paradosso di imprese, anche di qualità, che vorrebbero investire sul lavoro, con un’offerta che non copre la domanda. O sei troppo professionalizzato o lo sei poco, manca la fascia di mezzo. In questo senso si potrebbe fare qualcosa di più, investire in una formazione professionalizzante. Il mondo del lavoro è più complicato rispetto a prima, ci sono più possibilità, ma è più povero rispetto ai redditi, ed è più fragile perché le tutele sono minori. C’è un’involuzione verso il basso di quella che è la qualità del mondo del lavoro».

 

Cosa che influisce anche sugli altri settori. Redditi più bassi, meno salute, meno istruzione…

«Abbiamo fatto un report recentemente con Next sul tema della salute, sul razionamento sanitario, ed è venuto fuori che le persone spendono molto meno per la salute, rinunciano alle cure perché c’è una fragilità del sistema sanitario pubblico. Come Acli, poi, diciamo con forza che non si può continuare in Italia a tassare il mondo del lavoro e non tassare il reddito da speculazione. È una cosa immorale. Chi più ha più dà, è un principio di progressività dell’imposta, un po’ di giustizia sociale andrebbe un pochino recuperata».

 

In questi anni come presidente delle Acli, com’è cambiato lo scenario del mondo del lavoro, della società italiana e anche della Chiesa?

«Quando sono arrivato eravamo in post-Covid, e non è stato proprio banale. Poi abbiamo avuto tutto l’adeguamento alla normativa del terzo settore, che è stato particolarmente complesso. Dal 2022 la questione guerra è rientrata nella nostra vita. Abbiamo manifestato per la pace, avviato anche Peace At Work,  La carovana della pace. Siamo andati in Ucraina, dove abbiamo anche le Acli da tempo, a Gerusalemme, Palestina, Betlemme… Siamo andati per capire di cosa ci fosse bisogno. Siamo stati a Strasburgo, dove abbiamo portato le nostre proposte. La nostra tessera nel 2026 si chiama “Pace in azione”, per dire che ogni servizio che proponiamo è un segno di pace, di attenzione, di cura, che è l’unica che può costruire pace.

Siamo un’associazione di laici, di ispirazione cristiana, e lavoriamo un po’ sul confine, abbiamo fatto rete con tante organizzazioni sul tema della democrazia, fatto delle proposte di legge, per esempio quella sul Ministero della Pace promossa con il Movimento dei Focolari, l’Azione Cattolica e con altre associazioni del mondo cattolico».

Sul referendum siete stati molto attivi….

«Siamo stati i fondatori del Comitato Civico per il No. Siamo molto sensibili sulla Costituzione e quindi ritenevamo che la proposta che veniva fatta, cambiare 7 articoli della Costituzione, era un’esagerazione che avrebbe deformato un po’ l’idea stessa che abbiamo della Costituzione. Ma sappiamo che la giustizia va riformata e non ci vergogniamo di entrare nel dibattito pubblico».

C’è qualche documento del Magistero che sente particolarmente vicino?

«Francesco è stata una fonte di ispirazione importante. Ma anche con la Caritas in Veritate di Ratzinger la Chiesa ha saputo leggere la situazione del mondo, ha avvertito che questo egoismo che si riproduceva anche nell’economia ipercapitalistica avrebbe portato a degli squilibri. Aspettiamo l’enciclica di Leone per capire se sarà un’enciclica sociale».

A maggio ci sarà l’assemblea della CEI che dovrà presentare le linee programmatiche per i prossimi anni. Cosa si aspetta?

«Spero venga valorizzato questo metodo di ascolto reciproco, di attenzione alle istanze che vengono anche dal basso. Credo che sia l’atto più rivoluzionario, questo dialogo dello spirito. Cercare anche fuori dai nostri ambiti ecclesiali, dalle nostre sacrestie, di ascoltare le istanze che arrivano, le preoccupazioni, le aspettative. La gente ha bisogno di essere ascoltata. E se tu ascolti le persone, viene fuori qualcosa anche di positivo. Se no, rischiamo di essere un pochino troppo autoreferenziali».

C’è qualche brano della Scrittura che l’accompagna?

«Una frase di Paolo che mi accompagna da sempre. “Tutto posso in colui che mi dà forza”. Cioè, conoscendo le mie limitate capacità, se non ci fosse Lui sarebbe un problema».