Domenica 11 novembre 2018

S. Martino di Tours

Dal vangelo secondo Marco (Mc 12, 38-44)
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
[Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».]

 

Un gesto di pura fede

A cura di don Claudio Arletti, collaboratore Acli Modena

Il gesto della vedova, notato da un Gesù insolitamente passivo, seduto ad osservare la vita e i movimenti nel Tempio è, di fatto, l’ultimo episodio del ministero pubblico svolto dal rabbi di Nazaret prima del racconto della sua passione, morte e resurrezione. La scelta non è casuale. Questo episodio richiama tutto quanto il vangelo di Marco e ne anticipa in modo mirabile la conclusione.

Al principio del racconto stanno, infatti, quattro discepoli che lasciano ogni cosa per seguire il maestro (1,16-20). La condizione della donna richiama inoltre, di fatto, il primo titolo attribuitosi esplicitamente da Gesù: «lo sposo» (2,19) anticipato anche dal Battista attraverso il dettaglio del sandalo (1,7). Soprattutto l’offerta della vedova anticipa non solo il gesto compiuto dalla donna protagonista in 14,1-9, autentica porta d’ingresso al racconto della Passione, ma l’oblazione del Figlio di Dio che offrirà in obbedienza al Padre tutta la propria vita, nel segno del pane e del vino (14,22-25) e nel compimento della morte in croce (15,37). La vedova è dunque una figura pasquale, allusione alla totalità del dono che Dio farà di sé in Cristo e alla totalità della risposta che l’uomo è chiamato a dare, nella fede.

Proprio come gesto di fede dobbiamo leggere l’atto che la donna compie gettando due spiccioli nel tesoro del Tempio.

Noi sovente diamo a chi ha bisogno e diamo perché il bisogno sia attenuato o risolto. La nostra offerta deve essere utile. Questo è il suo senso. Ma per la vedova non è così. Il gesto è anche privo di ogni esemplarità, anzitutto perché irrilevante. Poi, perché nascosto e quasi invisibile. Non ha funzione pedagogica per gli astanti. In altre parole, è un gesto perfettamente inutile oltre che sconsiderato, se pensiamo come la donna si sia privata di tutto quanto aveva per vivere. Siamo lontani da tutti i criteri che regolano il nostro consueto dare agli altri.

L’offerta della vedova è semplicemente e solo un gesto di pura fede. Come può un essere umano consegnare davvero tutto il proprio futuro alle mani di Dio? Noi diciamo con una certa frequenza che ci fidiamo di Dio, che la nostra vita è nelle sue mani e crediamo nel suo amore. Ma spesso sono parole a buon mercato. La nostra vita è nelle mani di Dio, ma abbiamo di che vivere, dove dormire, di che sostenerci ben oltre il necessario.

Noi siamo molto lontani dalla situazione di questa vedova. Essa, dopo aver gettato i due spiccioli, non ha altro che il Padre. È sola, sola al mondo, sola nell’universo. Ella è semplicemente nelle mani del suo Dio, di fronte a lui, in un gesto totale, assoluto, irreversibile. Siamo agli antipodi rispetto a coloro che Gesù descrive nei primi versetti del nostro brano, scribi che amano dimorare nello sguardo e nell’ammirazione altrui, sempre davanti a se stessi, mai davvero di fronte a Dio.

Potremo mai compiere un gesto anche solo vagamente somigliante a quello della vedova? Siamo troppo ricchi, troppo sicuri di noi, troppo autosufficienti. Solo chi non ha quasi nulla può dare tutto.